Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, esprimono la loro netta contrarietà alla forzatura che è stata realizzata martedì 19 marzo nella sede della Regione Marche, dove è stata validata, con la firma di soli 2 Rsu, la possibilità per l’Azienda Carbon Line Srl di Fano di procedere ai licenziamenti collettivi.

Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, esprimono la loro netta contrarietà alla forzatura che è stata realizzata martedì 19 marzo nella sede della Regione Marche, dove è stata validata, con la firma di soli 2 Rsu, la possibilità per l’Azienda Carbon Line Srl di Fano di procedere ai licenziamenti collettivi anche senza il presupposto della “mancata opposizione” e senza l’applicazione dei criteri di scelta tenendo conto dell’anzianità di servizio e dei carichi familiari, creando così una spaccatura tra OO.SS., RSU e lavoratori. L’azienda ha usato la pressione psicologica del licenziamento di taluni presentandolo come salvataggio di altri, pur non sussistendo nessuna delle condizioni per una riduzione del personale.

Anche dalle assemblee e dal dialogo con i lavoratori è stato evidenziata l’insussistenza delle motivazioni contenute nella procedura che l’azienda ha effettuato il 21 gennaio scorso. Ad oggi risulta che all’interno dell’azienda operino aziende in appalto che svolgono anche lavorazioni indicate nella procedura di riduzione di personale come soppresse. Come OO. SS. ci adopereremo da domani per affrontare l’urgenza delle lettere di licenziamento annunciate e, quindi di dare assistenza ai lavoratori che le ricevessero. La decisione di 2 Rsu di firmare, al contrario di quanto sottoscritto dagli stessi il 06 marzo scorso, validando i licenziamenti senza il requisito della non opposizione, ci pone di fronte alla necessità di capire se questa modalità di chiusura della procedura possa essere contestata.

Non è per noi accettabile che continui a verificarsi che la Carbon Line acquisisce commesse in lavorazione conto terzi, ed in seguito, presso i suoi stabilimenti operino ulteriori aziende alle quali vengono appaltate le lavorazioni acquisite, non solo per lavorazioni che non riescono a soddisfare con la manodopera interna, ma bensì anche per lavorazioni che potrebbero fare i dipendenti diretti Carbon Line.

Ricomporre la capacità di rappresentare gli interessi dei lavoratori vuol dire anche capire quale sarà il futuro di questa azienda e di questo comparto. In questo sistema sempre più rischiosamente parcellizzato del lavoro nella cantieristica è necessario darsi regole per la difesa dei diritti elementari sul posto di lavoro.

Deve essere assicurata la praticabilità di relazioni sindacali rispettose dei principi elementari, prima di tutto la dignità umana e non essere trattati come oggetti.

Questo è quello che ha fatto l’azienda in questi due anni.

Offese pubbliche alle persone prese di mira. Nessuna risposta alle richieste dei lavoratori di miglioramento delle condizioni generali di salute e sicurezza sul lavoro.

Ci rendiamo conto che quanto avvenuto in Regione fa da spartiacque tra quello che è stato fino ad oggi e quello che avverrà da qui in avanti.

Partendo da questa premessa: quanto avvenuto oggi, era stato da noi dolorosamente denunciato come rischio reale già dall’operazione di cessione del ramo d’azienda fatta nel 2016 da Azimut – Benetti nei confronti di Carbon Line.
Questo comparto si è retto solo comprimendo verso il basso salari e diritti e impoverendo l’intero settore della nautica, passando sopra i lavoratori, che, come in questo caso, vengono semplicemente visti come costi, non come risorse per le aziende ma come numeri. Se si ragiona così, per questo settore non c’è futuro.
Dovremo pensare tutti a qualcosa di diverso se vogliamo garantire occupazione e sviluppo.
Questo riguarda imprese, associazioni sindacali, istituzioni, cioè l’intera società civile e politica, che deve interrogarsi su quale futuro vogliamo darci per la cantieristica a Fano. Con quale visione di sviluppo, con quale progettualità. Se non c’è questo l’alternativa è la lotta tra i poveri, il pesce grosso si mangia il pesce medio che si mangia il pesce piccolo, e non ci sembra soddisfacente o rassicurante che poi ci sarà la Naspi o il reddito di cittadinanza, perché se passa questa logica non ci sarà più nessun valore di merito difendibile.

Se accade questo le amministrazioni comunali dovranno fare i conti con la povertà diffusa che aumenta. Se non c’è un disegno strategico di fondo, l’iniziativa d’impresa sarà nelle mani di persone senza scrupoli e senza nessuna regola civile, morale e sociale.

La responsabilità sociale dell’impresa deve essere un valore riconosciuto e sostenuto, prima ancora dell’assistenza fatta con le prestazioni a sostegno del reddito.

FILCTEM – FEMCA – UILTEC

Facebooktwittergoogle_plus