Chiediamo il rinnovo del contratto provinciale per i lavoratori agricoli

PESARO, 20 luglio 2020 – Il settore agricolo, nella economia del nostro paese e del nostra territorio, è molto importante sia per dimensioni sia per fatturato sia per la notevole quantità e qualità delle esportazioni agricole.

Il 16 luglio le segreterie nazionali di categoria hanno impegnano tutte le strutture territoriali del sindacato ad una giornata di mobilitazione e informazione sullo stato dei rinnovi dei contratti provinciali

Gli occupati nel settore in provincia di Pesaro Urbino, al 2019, sono 250 unità con contratto a tempo indeterminato e 2.000 unità con contratto a tempo determinato.

Inoltre negli ultimi anni si è avuto un forte incremento delle attività agrituristiche e del conseguente turismo gastronomico .

Il fatturato delle attività agricole supera € 42.500.000,00 nelle importazioni e 56.000.000,00 nell’export e quindi è uno dei settori vitali della nostra provincia.

In questi difficili mesi caratterizzati dalla emergenza sanitaria dovuta al COVID-19 durante il periodo di lockdown, i prodotti alimentari della nostra agricoltura non sono mai mancati nei negozi e nelle case grazie allo straordinario impegno e senso di responsabilità dei lavoratori del settore.

Il mercato del lavoro agricolo nelle provincia di Pesaro Urbino è tendenzialmente sano, ma proprio per questo motivo bisogna tenere alta la guardia perché anche a causa delle crescenti difficoltà di carattere finanziario causato dalla emergenza Covid 19, le imprese del settore ( composto principalmente da piccole e piccolissime aziende molto spesso a conduzione familiare) rischiano di diventare preda della malavita organizzata che ha ingenti risorse finanziarie a disposizione.

Va quindi costituita al più presto, in ogni provincia una cabina di regia e una la rete del lavoro agricolo di qualità, per mantenere la integrità del settore ed avere un autorevole osservatorio permanente delle dinamiche del comparto agricolo e dei suoi livelli occupazionali.

Le relazioni sindacali, la giusta applicazione dei contratti di lavoro ed il loro corretto rinnovo, le attività della bilateralità, assumono un ruolo fondamentale per arginare i fenomeni di illegalità e sfruttamento del lavoro.

I sindacati di categoria a nome delle lavoratrici ed i lavoratori del settore auspicano che il rinnovo contrattuale non possa essere derogato ad altro periodo e che il contratto venga rinnovato in tempi brevi.

Massimo Ciabocchi è il nuovo presidente di Auser Pesaro Urbino

Il Direttivo Auser provinciale, nei giorni scorsi, ha eletto il nuovo Presidente provinciale. E’ Massimo Ciabocchi, 48 anni, originario di Cagli, sposato e padre di una bambina.
Socio Auser dal 2016, la sua azione di volontariato si è concretizzata soprattutto nella cura del verde e nella gestione amministrativa e organizzativa del circolo Pozzo D’Argento di Borgo
Santa Maria di Pesaro.
In particolare gestisce il programma dell’applicativo unico per l’inserimento delle iscrizioni e del bilancio, offrendo il proprio supporto anche ad altri circoli se necessario.

Consulente di impresa, Ciabocchi, in passato, ha ricoperto incarichi politico-amministrativi nel Comune di Cagli e Comunità montana. Al direttivo era presente anche Lorenzo Mazzoli di Auser nazionale e Manuela Carloni presidente Auser Marche, oltre al segretario generale della Cgil Pesaro Urbino Roberto Rossini e Catia Rossetti, segretaria generale provinciale Spi Cgil.

Eletto a grande maggioranza (con un solo voto contrario) Massimo Ciabocchi che sostituisce Michele Barile alla guida dell’Auser, nel suo intervento ha evidenziato l’importanza del lavoro di rete per rispondere sempre meglio alle tante esigenze del territorio e dei circoli anche in relazione al difficile periodo di crisi del nostro paese e ai cambiamenti che dovremo affrontare. “Ringrazio tutti e sono onorato di ricoprire questo incarico –ha detto – ringrazio tutti e in particolare Roberto Rossini al quale sono legato da una profonda stima”.

Massimo Ciabocchi si è reso disponibile a svolgere la funzione di Presidente Provinciale Auser Pesaro Urbino nella convinzione che sarà in grado di garantire impegno e presenza anche favorendo la partecipazione e la valorizzazione di tutti i soci che vogliano offrire le proprie competenze in rappresentanza del territorio e delle diverse istanze, nell’ottica di un’associazione aperta e plurale.

Manuela Carloni ringrazia l’AUSER di Pesaro Urbino per il grande lavoro svolto dai circoli anche durante l’emergenza Covid augurando a Massimo Ciabocchi un buon lavoro. Auguri di buon lavoro anche da Lorenzo Mazzoli di Auser nazionale ai quali si uniscono quello della Cgil Pesaro Urbino e dello Spi.

(Nella foto: Massimo Ciabocchi, Lorenzo Mazzoli, Manuela Carloni e Roberto Rossini)

Sistema Museo cambia contratto ai lavoratori: la Filcams dichiara lo stato di agitazione

Filcams scrive ai Comuni e ai i lavoratori evidenziando il senso di responsabilità e i sacrifici fatti negli anni

La Filcams Cgil apre lo stato di agitazione a livello nazionale per la cooperativa “Sistema Museo”, la cooperativa a copertura nazionale che nelle Marche gestisce vari musei e luoghi d’interesse. Città strategiche per l’economia turistica e culturale della regione come Fermo, Macerata, Pesaro, Recanati, Fano e Sant’Elpidio a Mare, in alcune delle quali sono attivati progetti molti importanti e complessi (progetti di finanza) nei quali la cooperativa è concessionaria degli spazi museali con gestioni decennali.
Il tema della protesta è la migrazione contrattuale dal contratto Turismo a quello Multiservizi, ritenuto dall’azienda più idoneo e che ha portato ad una riduzione degli stipendi per il personale impiegato oltre ad un demansionamento. Alla fine del mese di Dicembre 2019 la Cooperativa comunicava ai dipendenti l’intenzione d variare il C.C.N.L. che risulta decisamente più penalizzante dal punto di vista economico per i dipendenti oltre a svilirne la professionalità.
Nei mesi scorsi, si sono succeduti diversi incontri interlocutori fra la Cooperativa e le Segreterie nazionali di categoria di Cgil Cisl e Uil, al fine di capire quali fossero le reali motivazioni di tale decisione e quale fosse realmente lo stato di salute della Cooperativa, invitando, nel contempo la stessa di non operare variazioni proprio in virtù di un confronto sindacale ancora aperto, ma in maniera inaspettata nel periodo di blocco dovuto alla pandemia che ha visto gli stessi lavoratori messi in cassa integrazione in deroga, la cooperativa ha provveduto a sottoscrivere un accordo insieme a Cils e Uil , che traguardasse i lavoratori dal contratto collettivo del Turismo a quello del Multiservizi.
Filcams Cgil non ha ritenuto di “dover avallare questo accordo, e per questo motivo vede vanificare ogni tentativo di ulteriore accordo con i vertici della Cooperativa che, invece, proseguono sulla strada scelta applicando norme che deprivano delle loro funzioni le lavoratrici e i lavoratori, demansionati e sottopagati. Un comportamento che la Filcams Cgil non può che contrastare, proclamando una serie di iniziative di mobilitazione territoriali e ritenendo ci siano gli estremi per l’avvio di una procedura per comportamento antisindacale (ex art. 28 della L.300/70, meglio nota come Statuto dei Lavoratori) per vedere riconosciuti i pieni diritti e le tutele maturate da lavoratrici e lavoratori”.
Questa situazione va ad innestarsi su un pregresso già penalizzante per i lavoratori. La Cooperativa aveva infatti dichiarato uno stato di crisi sin dal 2013, che ha avuto come conseguenza il taglio, negli anni, della 13° e 14° mensilità, oltre ai ROL per tutti gli addetti.
“In 10 anni siamo stati costretti ad accettare sacrifici continui e decurtazioni, all’inizio lo abbiamo fatto volentieri, con spirito di sacrificio, ma ora siamo stufi “. Lo sfogo dei lavoratori iscritti alla Filcams è unanime. Diverse le problematiche, anche precedenti al nuovo contratto. “Prima ci hanno tolto la tredicesima e la quattordicesima. Poi hanno iniziato negli ultimi anni a decurtarci lo stipendio: dal 2013 al 2014 del 15%, l’anno successivo del 10% e quello dopo ancora del 5%. Nel 2017 un nuovo taglio del 13,5 % e poi del 7,5% mentre in tutti questi anni non abbiamo mai percepito ROL, i permessi retribuiti. Abbiamo lasciato alla società in questi 10 anni quasi 20mila euro a testa, un conto è togliere 200 euro a chi prende stipendi di tutto rispetto, un conto a chi come ne prende 900. Gli errori commessi nella gestione della Cooperativa non possono ripercuotersi sempre e soltanto sulla pelle dei lavoratori, anche perché è una situazione che va avanti da dieci anni, non da pochi mesi. Abbiamo deciso di non attenerci all’inquadramento previsto dal nuovo contratto solo per senso di responsabilità nei confronti dei territori e delle stazioni appaltanti. Attuare forme di protesta simili avrebbe creato non poche difficoltà ai comuni in un periodo di alta stagione ed in un momento critico come quello determinato dal COVID ma non possiamo essere lasciati soli.
In questa battaglia di civiltà, la Filcams Cgil lancia un appello alle stazioni appaltanti, ai comuni e agli enti che si avvalgono dei servizi della Cooperativa Sistema Museo perché si facciano carico di ottenere informazioni chiare sul grado di rispetto dei diritti dei lavoratori, mettendo conseguentemente in atto tutte le tutele necessarie affinché questi servizi vengano resi nel pieno rispetto delle mansioni realmente svolte e delle professionalità coinvolte, e che nessuna svalutazione contrattuale potrà cancellare.

ROCCA DI GRADARA (PU): LA FP CGIL RILANCIA LA NECESSITA’ DI UNA GESTIONE PUBBLICA, EFFICIENTE E IN GRADO DI RISPONDERE ALLE DIFFICOLTA’ SEGNALATE DAI CITTADINI

È proprio fresca la notizia della cessione della Rocca di Gradara, il sito più visitato delle Marche, ad un organismo (Fondazione, Consorzio?) che avrebbe a capo il Comune stesso di Gradara e tra i suoi partner il Mibact, che così si defilerebbe dall’evidentemente gravoso compito della gestione diretta. È altrettanto fresca la notizia che la Venaria Reale ha chiesto la cassa integrazione dei propri dipendenti e un po’ meno quella che la Fondazione del Museo Egizio ha chiesto aiuto allo Stato per poter pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. Ovvero si decide di mandare in gestione indiretta parti importanti del patrimonio culturale a Fondazioni, Consorzi ecc, con la partecipazione, e nei casi citati la gestione quasi esclusiva, dei privati e poi nel momento della crisi i privati si defilano e tocca alla Stato intervenire per garantirne la fruizione. La vicenda di grandi Fondazioni come la Venaria e l’Egizio dovrebbe quantomeno mettere sull’avviso e valutare con prudenza eventuali cessioni ad altri soggetti, invece l’operazione si ripropone, pari pari, nel caso della Rocca. Ed anche in questo caso l’incapacità gestionale, derivante dalla caduta esponenziale dei livelli occupazionali interni, diventa il pretesto per una operazione che ha evidentemente altre finalità in cui entrano chiari fattori di interessi localistici. Non c’è bisogno di essere dietrologi per comprendere che gli incassi e la massima fruibilità del sito sono elementi di grande interesse nelle dinamiche locali. Fruibilità che si è ridotta per la carenza degli organici e incassi che certo fanno gola al bilancio dell’ente locale, e sono recentissime le polemiche e le prese di posizione di Sindaco, commercianti, ecc, per gli orari di apertura ridotti. Criticità a cui si aggiunge l’attuale crisi del turismo, con i suoi pesanti ed evidenti riflessi sull’economia locale. L’ulteriore elemento di clamorosa contraddizione che emerge è che la cessione di questo sito nulla c’entra con lo schema politico riorganizzativo imposto dalle riforme Franceschini: un monumento che con i suoi incassi contribuisce in modo significativo a pagare le spese di manutenzione del patrimonio su quel territorio dovrebbe essere tenuto gelosamente in una teca e casomai rafforzato nella capacità di offerte dei servizi, nell’organico e non subire quell’inaccettabile depauperamento a cui si è assistito. Uno dei perni della riforma di Franceschini era (è?) la capacità attrattiva del patrimonio museale statale, che avrebbe allo stesso tempo risollevato le sorti dell’economia locale e consentito allo Stato con i maggiori incassi a provvedere alla sua manutenzione. Ma il Ministro Franceschini sembra preso dai suoi impegni politici e al ministero non si vede da quel dì, e la gestione politica del ministero sembra affidata al suo apparato interno mentre i beni culturali statali continuano ad essere considerati come merce di scambio. Né segnali diversi sembrano provenire dall’intera maggioranza di governo, i cui principali partner a 5 Stelle, dopo aver prodotto un progetto di riforma abortito prima ancora di nascere e che si è rivelato un assist all’ennesima operazione di restyling prodotta dal rientrante ministro, risultano non pervenuti ed al massimo esprimono segnali del tutto contraddittori, salvo poi avallare operazioni come questa. Hanno certo ragione i cittadini di Gradara a pretendere che la Rocca sia messa in condizione di essere fruita al massimo della sue potenzialità e siamo certi che vorranno che anche i loro pronipoti possano fruire di un monumento integro e ben conservato. Ma siamo sicuri che la rinuncia alla gestione statale del loro monumento più prestigioso possa portare dei vantaggi, al di là di quelli immediati? Non sarebbe più saggio pretendere che lo Stato faccia per intero il suo mestiere, garantendo al meglio la tutela e la fruizione del sito? Possono sembrare domande retoriche ma non lo sono: la Rocca non è proprietà privata di nessuno, è un bene per l’umanità e per questo motivo è un monumento nazionale. In questo contesto ci sono sedici lavoratori superstiti dipendenti del ministero che hanno contribuito con sempre maggiori difficoltà alla fruizione ed alla conservazione del sito. Nella riunione avuta a livello locale una delle soluzioni ipotizzate è stata quella di assicurare il servizio nella Rocca mantenendo una presenza degli attuali dipendenti a garanzia di un’indispensabile continuità. Come sarà reclutato ed a quali condizioni il restante personale necessario, visto che la carenza di organico statale viene posta come il motivo principale del cambio di gestione? Abbiamo assistito al ricorso massiccio al volontariato proprio per coprire i servizi della Rocca, è questa la soluzione? Chi sono i privati potenzialmente interessati ad entrare nella gestione? Possibile che non si possa individuare una soluzione organizzativa anche transitoria in attesa dell’espletamento del concorso per la vigilanza in atto? Noi abbiamo da subito offerto piena disponibilità in tal senso, ma siamo stati messi di fronte ad un atto compiuto in nome di una scelta politica francamente incomprensibile. Ci sarebbe invece materiale per riflettere sulla qualità delle politiche culturali pubbliche, a maggior ragione in un momento di crisi come questo, dove lo Stato si dovrebbe fare garante di serie politiche di rilancio nella fruizione del patrimonio diffuso, garantendo buona e piena occupazione, servizi di tutela e promozione culturali adeguati, ripensamenti su scelte organizzative che hanno impoverito e compresso gli organici, e via dicendo.
Invece si continua ad arretrare e a proporre logiche di frantumazione territoriale funzionali a tutt’altri scopi. Nulla di nuovo sotto il cielo, purtroppo. Vi terremo informati puntualmente sull’evoluzione di questa vicenda, esprimendo piena e fattiva solidarietà ai lavoratori della Rocca e dei Beni Culturali delle Marche.

FP CGIL Pesaro e Ancona FP CGIL Nazionale

Landini, Ghiselli, Ricci e Bonaccini: tavola rotonda su welfare e diritti post emergenza sanitaria

Iniziativa della Fondazione Di Vittorio, Cgil e Spi, presentato l’XI rapporto sulla contrattazione sociale

A Pesaro il sindacato tra i primi nel sottoscrivere un accordo sulla contrattazione sociale 2020

Pesaro, 1 luglio 2020 – Si è svolta ieri, martedì 30 giugno, l’iniziativa organizzata dalla Fondazione Di Vittorio, dalla Cgil e dallo Spi nazionali dal titolo: “Dopo l’emergenza un welfare più forte per diritti universali”.

Nel corso della conferenza è stato presentato l’XI Rapporto sulla contrattazione sociale territoriale dell’Osservatorio Fdv-Cgil-Spi, commentato dal segretario nazionale confederale Roberto Ghiselli che in passato è stato segretario generale Cgil Pesaro Urbino e della Cgil Marche.

Di seguito, si è svolta una tavola rotonda coordinata dal presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni , alla quale hanno partecipato il segretario generale Maurizio Landini, il presidente dell’Ali e sindaco di Pesaro Matteo Ricci e il presidente della Conferenza delle Regioni e dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

L’iniziativa, trasmessa in diretta online sulla piattaforma della Cgil: www.Collettiva.it ha toccato molti temi sull’importanza di un nuovo welfare, dei rapporti con gli enti locali, il lavoro, i diritti e anche i fondi europei per l’emergenza sanitaria e gli investimenti pubblici.

Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci in qualità di presidente Ali, tra le altre cose, ha ricordato il protocollo di intesa sul bilancio 2020 sottoscritto dal Comune di Pesaro con Cgil Cisl e Uil.

L’accordo, firmato a dicembre 2019, in tempi record ma pre-covid, prevede lo stanziamento di 250 mila euro e l’impegno dell’Amministrazione comunale a non innalzare l’addizionale Irpef e la Tari.

Il Comune si è impegnato a distribuire attraverso le società partecipata Marche Multiservizi altri 250 mila euro per sostenere i costi delle bollette acqua, luce e gas per le famiglie in difficoltà. E’ stato poi riconfermato il fondo anticrisi. Roberto Rossini, segretario generale Cgil Pesaro Urbino, ricorda anche che sindacato e Comune hanno previsto un nuovo percorso a partire dal confronto con i soggetti di rappresentanza del lavoro e delle imprese che porti ad uno scambio di idee utile rispetto al consolidamento e al potenziamento dei servizi sociali nel territorio.

Ma nessuno aveva previsto una emergenza sanitaria di proporzioni immani e ieri si è discusso anche del post coronavirus e di tutti gli effetti negativi sull’economia, il lavoro, i diritti, il welfare.

“E’ fondamentale, ha spiegato Ghiselli, una coerente ed efficace politica sociale e territoriale in questa fase di emergenza e ancor più nella prospettiva di un’auspicabile ripresa. E’ inoltre necessario – ha aggiunto – ricostruire una dimensione comunitaria, un tessuto di relazioni e convivenza, ripensando e collocando dentro un progetto riformatore una aggiornata idea di welfare, che sappia rispondere ai nuovi bisogni, sappia essere universale e inclusiva, funzionale alla partecipazione dei diversi attori del territorio, nei loro diversi ruoli”.

Si è parlato anche di rilancio dell’economia con il presidente Ali Matteo Ricci e con Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza per le Regioni e dell’Emilia Romagna.

Maurizio Landini ha detto che negli anni la povertà è raddoppiata e la ricchezza è sempre più concentrata in una ristretta percentuale di persone. La pandemia ha mostrato quanto i tagli alla sanità siano stati sbagliati e la crisi ha reso evidente come tanti giovani vivano con lavori precari e sottopagati. Le misure varate nell’emergenza, ha aggiunto, sono state positive ma ora occorre progettare una vera riforma del sistema: dobbiamo investire di più nel pubblico e nello stato sociale che non è semplicemente tutelare i diritti delle persone che lavorano ma anche rilanciare un’idea di nuovo compromesso sociale come crescita e sviluppo del nostro Paese”.

“Per evitare la rabbia sociale – ha sottolineato – non va bene qualsiasi soluzione o qualsiasi lavoro. Serve lavoro di qualità e il sindacato deve essere un soggetto di trasformazione sociale ma senza accettare di essere subalterno”.

Naturalmente si è parlato anche del Mes. Tutti i relatori hanno criticato lo stallo nella decisione di attingere ai fondi del Meccanismo europeo di stabilità senza condizioni. Tutti concordi sulla necessità di usufruirne. Per Maurizio Landini: “Si tratta di un’occasione irripetibile che deve essere colta”.

La videoconferenza è disponibile nel sito www.Collettiva.it.

Il Tribunale di Urbino riconosce il bonus bebè anche senza il permesso di lungo soggiorno

Il ricorso a favore di una mamma di nazionalità albanese promosso dal patronato Inca Cgil

Il Giudice del lavoro ha stabilito che il diniego dell’Inps è discriminatorio

PESARO, 29 giugno 2020 – Mentre l’INPS si ostina a negare l’accesso alle prestazioni di welfare ai cittadini extracomunitari che nel nostro Paese vivono, lavorano, pagano le tasse e hanno costruito una famiglia solo perché sprovvisti di permesso da “lungosoggiornante” la sezione lavoro del Tribunale di Urbino sollecitato dal ricorso promosso dall’ INCA CGIL di Pesaro e patrocinato dall’avvocato Antonella Lionetti consolida un orientamento giurisprudenziale di segno totalmente opposto.

Con l’ordinanza emessa dal Tribunale Ordinario di Urbino il 25 giugno 2020 nell’ambito della causa civile (n 285/2019) proposta nei confronti dell’INPS che aveva negato il diritto a percepire il bonus bebè ad una cittadina di nazionalità albanese, titolare di un permesso che le consente di lavorare in Italia ma priva del permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo, il Giudice del lavoro Andrea Piersantelli ha dichiarato il carattere discriminatorio della condotta dell’INPS, il cui diniego ha posto la lavoratrice straniera in una posizione di ingiustificato svantaggio rispetto al cittadino italiano, ordinando all’INPS di cessare la condotta discriminatoria e di pagare alla ricorrente il bonus bebè.

L’assegno di natalità –comunemente conosciuto come bonus bebè- è un sussidio mensile a sostegno del reddito familiare originariamente previsto per tre anni a partire dalla nascita del bambino o di ingresso in famiglia in caso di adozione o di affidamento preadottivo poi ridotto a 12 mesi con la legge di Bilancio 2018 il cui riconoscimento è subordinato al possesso di un ISEE non superiore a 25mila euro.

Anche questa volta la sezione lavoro del Tribunale di Urbino nelle motivazione dell’emessa ordinanza ha confermato quanto già stabilito in precedenti pronunciamenti anche della Corte di Giustizia dell’UE e cioè che non si può negare il beneficio agli stranieri sprovvisti di un permesso di soggiorno di lungo periodo perché ciò contrasta con le disposizioni contenute nella Direttiva Comunitaria n 2011/98/UE che richiama il regolamento 883/2004 nel quale sono indicate le prestazioni di Welfare cui hanno diritto i cittadini stranieri, presenti nel territorio europeo, tra le quali rientra il bonus bebè.

Secondo l’ordinanza le conseguenze del dettato dell’Unione Europea in termini di diritto alle prestazioni è quella diretta a tutelare economicamente la maternità e la paternità in modo continuativo fino al compimento dei tre anni del bambino ed è corrisposto in modo automatico e non discrezionale laddove ricorrano i requisiti di reddito prescritti e trattandosi di una norma sovranazionale non ha bisogno di essere recepita e si colloca per gerarchia delle fonti normative al di sopra della legislazione nazionale imponendo la disapplicazione in caso contrario.

Quindi, per il giudice di Urbino, qualsiasi disposizione nazionale che ponga lo straniero in una posizione di svantaggio rispetto al cittadino italiano riveste illegittima portata discriminatoria la quale si estende agli atti e comportamenti della pubblica amministrazione che ne fanno attuazione, compresa l’Inps.

Silvia Cascioli, segretaria confederale provinciale con delega alle politiche sull’immigrazione e i diritti di cittadinanza, commenta: “Siamo estremamente soddisfatti dell’esito dell’ordinanza, perché nel riaffermare quanto contenuto nelle direttive europee in tema di accesso al welfare per i cittadini stranieri, riafferma un principio a noi molto caro, quello della tutela della maternità e della paternità nel modo del lavoro, troppo spesso ancora oggi riconosciuto solo sulla carta. Ovviamente è ancor più paradossale che in questa occasione, ma non è la prima volta che accade, sia proprio un ente pubblico a rendersi protagonista di una decisione illegittima e discriminatoria come stabilito dal Tribunale”.

Domiciliarità, medicina del territorio, assistenza e una profonda riforma delle case di riposo

Covid/Intervento dello Spi Cgil su cosa serve agli anziani. Chiesto un tavolo di confronto

PESARO, 25 giugno 2020 – Il numero dei decessi nelle strutture per anziani riconducile al Covid-19 è ancora incerto e rappresenta certamente una ferita per tutto il nostro sistema sanitario di cura e protezione delle persone più fragili. Non sono reperibili dati ufficiali
Sono state aperte inchieste dalla magistratura ma non è ancora stata fatta piena luce su quanto accaduto, quali errori, quanti anziani hanno pagato il tributo più alto nei mesi dell’emergenza Covid.

Lo Spi Cgil Pesaro e Urbino, insieme ai pensionati di Cisl e Uil, dopo due video conferenze convocate dal Prefetto con i dirigenti dell’Area Vasta 1 del 23 aprile e 4 maggio scorsi hanno dichiarato:
«Noi non abbiamo dati ufficiali, ma riceviamo quotidianamente segnalazioni da parte di nostri iscritti, soprattutto familiari degli anziani, che ci descrivono scenari drammatici, con numeri di decessi di gran lunga superiori a quelli relativi ai periodi precedenti la pandemia Covid-19. In molti casi ci risulta che non si indaghi sulla ragione dei decessi: siamo certi che solo conoscendo i numeri reali dei decessi, rapportandoli al numero dei positivi, sintomatici e asintomatici, si potranno adottare misure che eviteranno il moltiplicarsi della diffusione del virus. Si potrà così prendere come esempi i pochi luoghi che per ora sembrano non abbiano rilevato alcun contagiato e che speriamo mantengano questo primato».
Oggi, a meno di due mesi lo Spi Cgil chiede chiarezza ma soprattutto la possibilità di aprire un tavolo per discutere di una riorganizzazione del sistema della residenzialità per anziani laddove non ha funzionato l’organizzazione e dove invece la gestione ha saputo mettere in atto misure che hanno evitato il contagio.
“Non ci piace essere considerati profeti di sventura – dichiara Catia Rossetti, segretaria generale Spi Cgil Pesaro e Urbino – ma tutti sanno che non si può escludere un riacutizzarsi del contagio e se ciò accadesse chiediamo fin da ora una nuova organizzazione del sistema di prevenzione, assistenza e cura per evitare i tragici errori del passato che sono costati la vita a molti anziani.
E’necessario analizzare cosa è davvero accaduto nelle residenze per anziani- scrive Catia Rossetti -, in particolare nelle 32 strutture della nostra provincia con parte di posti letto autorizzati e convenzionati per residenze protette, dove una parte della retta è coperta dal bilancio della sanità.
“Lo Spi Cgil – continua Catia Rossetti – insieme alle organizzazioni dei pensionati di Cisl e Uil è impegnato per un confronto sulle strutture, sulla organizzazione e la formazione del personale che lavora nelle strutture per anziani a partire dalla richiesta che facciano parte del sistema sanitario pubblico, con tutte le garanzie necessarie ad evitare il caos organizzativo e le responsabilità precise di cui chiediamo conto”.

“Chiediamo di conoscere numeri e procedure con chiarezza per evitare che gli errori del passato si ripetano – conclude Catia Rossetti -. Isolare i pazienti affetti dal Covid è fondamentale soprattutto nelle strutture per anziani che sono i soggetti più deboli e più a rischio, per questo è necessario rivedere le norme di autorizzazione e convenzionamento delle strutture, di spazi per isolare e curare i contagiati, e di formazione del personale. Serve più personale, più assistenti, più infermieri, più medici E’ inoltre indispensabile rafforzare i servizi sanitari nel territorio a partire da una migliore integrazione con i medici di base, da maggiori servizi ad anziani e non autosufficienti che vivono in casa, con supporto e assistenza costante a caregiver e a chi se ne prende cura quotidianamente.
Sono state adeguate ed efficaci le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale)? cosa ne sarà di queste nel futuro prossimo?”.

Nidil Cgil: l’Asur stabilizzi i lavoratori precari

Pesaro, 23 giugno 2020 – “Numerosi sono ancora i precari “atipici” dell’Area Vasta 1, negli ospedali di Urbino e Fossombrone che da tanti, troppi anni vivono nella più totale incertezza. E’ quanto afferma Valentina D’Addario, responsabile Nidil Cgil Pesaro Urbino, in una nota.

“Si destreggiano tra vari contratti come quello di somministrazione a tempo determinato –si legge -. Ciò avviene dal 2015 e da allora ricevono un trattamento non paritario a quello riservato ai lavoratori diretti. Pensiamo, solo a titolo di esempio, al premio produttività, previsto dal contratto integrativo, la cui erogazione è attesa dai lavoratori in somministrazione da agenzia da tantissimo tempo ma la Direzione evita il confronto.

I contratti di lavoro di queste lavoratrici e questi lavoratori scadranno, per l’ennesima volta, il prossimo 30 luglio.
E’ arrivato il momento per l’Asur di dare risposte a questi lavoratori che attendono da troppo tempo senza alcuna garanzia, alcuna certezza sul proprio futuro.
E’ inoltre indispensabile, ora più che mai, anche alla luce di tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, avviare le procedure di stabilizzazione dei lavoratori precari con rapporti di lavoro subordinato.

Il ricorso al lavoro precario è stato utilizzato per gestione ordinaria e per far fronte alle carenze strutturali in organico negli ultimi dieci anni, troppo numerosi sono i servizi la cui attività è garantita esclusivamente da lavoratrici e lavoratori precari.

Ci aspettiamo che la Regione intervenga e inizi ad instaurare un dialogo concreto e che lo stesso Presidente Luca Ceriscioli si interessi e adotti le misure necessarie a risolvere la situazione divenuta insostenibile e inaccettabile.

Certamente come organizzazione sindacale insieme ai lavoratori non rimarremo inerti ad attendere l’ennesima scadenza di contratto senza ricevere per l’ennesimo anno alcuna prospettiva”.

Cgil Pesaro Urbino solidale con i lavoratori iraniani

Il Segretario generale della Cgil Pesaro Urbino Roberto Rossini,  a nome di tutta l’organizzazione, è tra i firmatari di un appello a favore dei lavoratori iraniani sottoposti a continue violazioni dei diritti da parte del regime.
“La continua violazione dei diritti dei lavoratori in Iran da parte del regime teocratico, soprattutto dopo la pandemia da coronavirus, ha causato milioni di disoccupati.
Il salario medio di un lavoratore in Iran è circa 90 dollari e ci sono molti lavoratori che non ricevono nemmeno questo irrisorio stipendio.
La diffusione del coronavirus, che ha causato problemi in ogni parte del mondo, in Iran ha le acquistato le dimensioni di una catastrofe. L’occultamento dei dati della pandemia da parte delle autorità del regime è sicuramente è una chiara violazione dei Diritti Umani ed è bene che se ne occupino i tribunali internazionali. Secondo fonti interne il drammatico numero delle vittime cresce giornalmente e ha superato 50 mila persone.
Secondo fonti di stampa governativa in Iran oltre il 90% dei lavoratori sono a contratto a tempo determinato. Questi lavoratori non sono soggetti a nessuna tutela e non percepiscono neanche il salario minimo. Il Centro statistico iraniano qualche mese fa fornito il numero 3 milioni e 200 mila lavoratori completamente disoccupati. Nel senso che non hanno alcun reddito e si trovano sotto la soglia della povertà assoluta e in situazioni disperate. L’alto tasso di disoccupazione fa sì che i lavoratori accettino qualsiasi salario e siano del tutto disarmati di fronte alle continue pressioni del governo. Secondo fonti di stampa e delle stesse autorità di regime ci sono molti lavoratori che non ricevono il salario fino a 14 mesi.
Ciò nonostante i lavoratori iraniani non sono fermi a rivendicare i loro diritti. Durante l’anno 2019 si contano oltre 1.700 azioni di protesa, scioperi e sit-in in tutto il Paese, alcuni durati per giorni o settimane.
Nell’anno in corso c’è stato un aumento del movimento di protesta dei lavoratori iraniani, vista la drammatica situazione economica dovuta all’incapacità e alla corruzione diffusa degli uomini al potere.
Occorre costringere le autorità iraniane a togliere il monopolio dei dispositivi sanitari dalle mani dei pasdaran e delle forze di sicurezza e mettere a disposizione dei quadri medico-sanitari per la sicurezza dei lavoratori.
Noi chiediamo fermamente all’Organizzazione Internazionale del Lavoro e all’Alto Commissariato dei Diritti Umani di difendere i diritti fondamentali dei lavoratori iraniani, di condannare in questa situazione di piena pandemia la violazione dei diritti da parte del regime religioso iraniano e di diffondere le notizie della lotta dei lavoratori iraniani condotta con coraggio e sacrificio”.
Giugno 2020

Acconto Imu, nessuna proroga per i Comuni di Pesaro e Fano

Scade domani 16 giugno il termine di pagamento dell’acconto 2020. Inascoltate le richiesta di proroga o di moratoria delle sanzioni

Pesaro,15 giugno 2020 – Scade domani, 16 giugno, il pagamento dell’acconto Imu 2020, ma i centri di assistenza fiscale della Cgil, come già annunciato, non saranno in grado di garantire il servizio di pagamento per i cittadini dei Comuni di Pesaro e Fano visti i tempi troppo ristretti.

L’appello lanciato dal Caaf Cgil nei giorni scorsi per la proroga della data o per una moratoria delle sanzioni rivolto in particolare ai Comuni maggiori quali Pesaro e Fano non è stato accolto.

A questo punto è nostro dovere, ribadiscono, informare i cittadini che non saremo in grado di rispondere a queste richieste. In una situazione di grande emergenza ci saremmo aspettati una risposta positiva come in altri Comuni tra i quali Colli al Metauro o Fossombrone per citarne alcuni. Pesaro e Fano invece non hanno risposto all’appello mantenendo invariata la data del 16 giugno.

“Siamo amareggiati, fanno sapere da via Gagarin, perché la solidarietà e il sostegno a chi è stato colpito dalla grave crisi sanitaria che stiamo ancora fronteggiando di fatto ha penalizzato quei cittadini che entro domani saranno costretti a versare l’acconto Imu senza un allungamento dei tempi di pagamento e senza la possibilità di evitare le sanzioni per i ritardi dei versamenti.

Saranno dunque i Comuni ad assumersi la responsabilità di questa scelta precisa che giudichiamo sbagliata perché mette seriamente in discussione la solidarietà reale di alcuni enti locali nei confronti dei propri cittadini contribuenti”.