Nessun segnale di crescita, solo deflazione e stretta creditizia. Questo lo scenario in cui si colloca la progressiva desertificazione industriale delle Marche, in particolare nella provincia di Pesaro, dove il legno perde pezzi ma soffre moltissimo anche la meccanica.
Ed è proprio il problema del credit crunch che ha spinto sindacati e lavoratori di tre aziende metalmeccaniche dell’entroterra fanese a organizzare, nei giorni scorsi, un presidio e un corteo a Pesaro, davanti a due luoghi simbolo: la prefettura e la sede locale della Banca d’Italia.
I lavoratori e le lavoratici della Tallarini (86 dipendenti) che produce macchine per aspirazione (e ha ordinativi pari a 8 milioni di euro con Nuovo Pignone), la Cima (96 dipendenti) che produce infissi in alluminio e Grossi Lamiere (48 addetti) hanno organizzato la “carovana del credito” partendo dalle rispettive aziende verso il capoluogo per questa singolare protesta. Sono maestranze con un altissimo livello di specializzazione e professionalità.

Carovana del credito

“Il rischio per questi lavoratori, che continuano ad andare in fabbrica nonostante non percepiscano il salario da mesi – spiega Cinzia Massetti della Fiom
Cgil –, è che proprio su di loro si scarichino gli effetti negativi dei tempi lunghissimi della burocrazia per lo smobilizzo e l’accesso al credito nonostante gli ordinativi delle aziende”. “L’idea di organizzare un corteo e un presidio di fronte alla prefettura e Bankitalia è nata nelle assemblee – prosegue .

La prefettura rappresenta il governo, che non si rende conto della realtà in cui versa il lavoro nel nostro paese e risponde con misure errate come il Jobs Act
e la Legge di stabilità. Ma con la nostra iniziativa abbiamo voluto lanciare un appello anche alle banche perché le lungaggini burocratiche nell’erogazione del credito alle imprese rischiano di smantellare le eccellenze produttive del nostro territorio e del paese nella sua interezza”. “Le banche hanno anche un ruolo sociale – dice ancora Massetti –; un ruolo oggi completamente delegato ai lavoratori e alle rispettive famiglie”.

Una situazione paradossale, in questa crisi infinita: ci sono imprese con ordinativi importanti che non si riesce a evadere perché manca la liquidità necessaria. Secondo un rapporto di Confindustria Pesaro Urbino riferito al terzo trimestre 2014 il credit crunch “si allenta ma non è ancora alle spalle. I prestiti alle imprese italiane sono calati in agosto (- 0,3%) per lo più a riflesso della nuova tranche di pagamenti di arretrati Pa usati anche per ridurre l’esposizione bancaria”. Nel terzo trimestre, aggiunge l’associazione degli industriali, le condizioni restano strette “nonostante il timido allentamento nel secondo. La quota di imprese che non riceve il credito chiesto è scesa ma resta alta: 13,5% in ottobre e 15,6% a gennaio”.

Il rischio per le aziende è il fallimento e per i lavoratori la disoccupazione. Altri dati indicano che a livello regionale sono state 281 le aziende fallite solo nel primo semestre del 2014 (fonte Cna) e, di queste, poco meno di un terzo hanno la loro ragione sociale in provincia di Pesaro Urbino, con conseguenze pesanti non solo per i dipendenti ma anche per i creditori e i fornitori. Una catena che mette in difficoltà intere filiere produttive. La Cgia di Mestre sostiene invece che dall’agosto 2011 all’agosto 2014 i prestiti bancari alle imprese italiane sono diminuiti di 89 miliardi di euro (8,9%). “Mai si era verificata una contrazione del credito alle imprese così vigorosa e, dopo i risultati dello stress test voluto dalla Bce, la situazione potrebbe addirittura peggiorare”.

“Non sarebbe giusto che siano i sindacati con i lavoratori a chiedere di allentare la stretta creditizia, sarebbe compito delle associazioni degli imprenditori spingere, chiedere, protestare – osserva Marco Monaldi, segretario generale provinciale Fiom Cgil –. Tuttavia non possiamo abbandonare i lavoratori, soprattutto in realtà, come in questi casi, in cui imprese altamente qualificate, con ordinativi in portafoglio, si vedono negate da assurde logiche bancarie la liquidità necessaria per gli stipendi o per l’acquisto delle materie prime. Le banche mettono a rischio la continuità produttiva delle imprese stesse, mentre la disoccupazione continua a registrare livelli altissimi”. “Le associazioni degli imprenditori tutte – conclude il sindacalista –, pur avendo al loro interno
rappresentanti degli istituti di credito, a volte negli stessi consigli di amministrazione, vedi le fondazioni bancarie, mentre attaccano i diritti dei lavoratori, si
limitano a lamentarsi della stretta creditizia senza alcuna azione concreta di contrasto a tutela delle proprie imprese”.

Di Marina Druda

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