ROCCA DI GRADARA (PU): LA FP CGIL RILANCIA LA NECESSITA’ DI UNA GESTIONE PUBBLICA, EFFICIENTE E IN GRADO DI RISPONDERE ALLE DIFFICOLTA’ SEGNALATE DAI CITTADINI

È proprio fresca la notizia della cessione della Rocca di Gradara, il sito più visitato delle Marche, ad un organismo (Fondazione, Consorzio?) che avrebbe a capo il Comune stesso di Gradara e tra i suoi partner il Mibact, che così si defilerebbe dall’evidentemente gravoso compito della gestione diretta. È altrettanto fresca la notizia che la Venaria Reale ha chiesto la cassa integrazione dei propri dipendenti e un po’ meno quella che la Fondazione del Museo Egizio ha chiesto aiuto allo Stato per poter pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. Ovvero si decide di mandare in gestione indiretta parti importanti del patrimonio culturale a Fondazioni, Consorzi ecc, con la partecipazione, e nei casi citati la gestione quasi esclusiva, dei privati e poi nel momento della crisi i privati si defilano e tocca alla Stato intervenire per garantirne la fruizione. La vicenda di grandi Fondazioni come la Venaria e l’Egizio dovrebbe quantomeno mettere sull’avviso e valutare con prudenza eventuali cessioni ad altri soggetti, invece l’operazione si ripropone, pari pari, nel caso della Rocca. Ed anche in questo caso l’incapacità gestionale, derivante dalla caduta esponenziale dei livelli occupazionali interni, diventa il pretesto per una operazione che ha evidentemente altre finalità in cui entrano chiari fattori di interessi localistici. Non c’è bisogno di essere dietrologi per comprendere che gli incassi e la massima fruibilità del sito sono elementi di grande interesse nelle dinamiche locali. Fruibilità che si è ridotta per la carenza degli organici e incassi che certo fanno gola al bilancio dell’ente locale, e sono recentissime le polemiche e le prese di posizione di Sindaco, commercianti, ecc, per gli orari di apertura ridotti. Criticità a cui si aggiunge l’attuale crisi del turismo, con i suoi pesanti ed evidenti riflessi sull’economia locale. L’ulteriore elemento di clamorosa contraddizione che emerge è che la cessione di questo sito nulla c’entra con lo schema politico riorganizzativo imposto dalle riforme Franceschini: un monumento che con i suoi incassi contribuisce in modo significativo a pagare le spese di manutenzione del patrimonio su quel territorio dovrebbe essere tenuto gelosamente in una teca e casomai rafforzato nella capacità di offerte dei servizi, nell’organico e non subire quell’inaccettabile depauperamento a cui si è assistito. Uno dei perni della riforma di Franceschini era (è?) la capacità attrattiva del patrimonio museale statale, che avrebbe allo stesso tempo risollevato le sorti dell’economia locale e consentito allo Stato con i maggiori incassi a provvedere alla sua manutenzione. Ma il Ministro Franceschini sembra preso dai suoi impegni politici e al ministero non si vede da quel dì, e la gestione politica del ministero sembra affidata al suo apparato interno mentre i beni culturali statali continuano ad essere considerati come merce di scambio. Né segnali diversi sembrano provenire dall’intera maggioranza di governo, i cui principali partner a 5 Stelle, dopo aver prodotto un progetto di riforma abortito prima ancora di nascere e che si è rivelato un assist all’ennesima operazione di restyling prodotta dal rientrante ministro, risultano non pervenuti ed al massimo esprimono segnali del tutto contraddittori, salvo poi avallare operazioni come questa. Hanno certo ragione i cittadini di Gradara a pretendere che la Rocca sia messa in condizione di essere fruita al massimo della sue potenzialità e siamo certi che vorranno che anche i loro pronipoti possano fruire di un monumento integro e ben conservato. Ma siamo sicuri che la rinuncia alla gestione statale del loro monumento più prestigioso possa portare dei vantaggi, al di là di quelli immediati? Non sarebbe più saggio pretendere che lo Stato faccia per intero il suo mestiere, garantendo al meglio la tutela e la fruizione del sito? Possono sembrare domande retoriche ma non lo sono: la Rocca non è proprietà privata di nessuno, è un bene per l’umanità e per questo motivo è un monumento nazionale. In questo contesto ci sono sedici lavoratori superstiti dipendenti del ministero che hanno contribuito con sempre maggiori difficoltà alla fruizione ed alla conservazione del sito. Nella riunione avuta a livello locale una delle soluzioni ipotizzate è stata quella di assicurare il servizio nella Rocca mantenendo una presenza degli attuali dipendenti a garanzia di un’indispensabile continuità. Come sarà reclutato ed a quali condizioni il restante personale necessario, visto che la carenza di organico statale viene posta come il motivo principale del cambio di gestione? Abbiamo assistito al ricorso massiccio al volontariato proprio per coprire i servizi della Rocca, è questa la soluzione? Chi sono i privati potenzialmente interessati ad entrare nella gestione? Possibile che non si possa individuare una soluzione organizzativa anche transitoria in attesa dell’espletamento del concorso per la vigilanza in atto? Noi abbiamo da subito offerto piena disponibilità in tal senso, ma siamo stati messi di fronte ad un atto compiuto in nome di una scelta politica francamente incomprensibile. Ci sarebbe invece materiale per riflettere sulla qualità delle politiche culturali pubbliche, a maggior ragione in un momento di crisi come questo, dove lo Stato si dovrebbe fare garante di serie politiche di rilancio nella fruizione del patrimonio diffuso, garantendo buona e piena occupazione, servizi di tutela e promozione culturali adeguati, ripensamenti su scelte organizzative che hanno impoverito e compresso gli organici, e via dicendo.
Invece si continua ad arretrare e a proporre logiche di frantumazione territoriale funzionali a tutt’altri scopi. Nulla di nuovo sotto il cielo, purtroppo. Vi terremo informati puntualmente sull’evoluzione di questa vicenda, esprimendo piena e fattiva solidarietà ai lavoratori della Rocca e dei Beni Culturali delle Marche.

FP CGIL Pesaro e Ancona FP CGIL Nazionale

Landini, Ghiselli, Ricci e Bonaccini: tavola rotonda su welfare e diritti post emergenza sanitaria

Iniziativa della Fondazione Di Vittorio, Cgil e Spi, presentato l’XI rapporto sulla contrattazione sociale

A Pesaro il sindacato tra i primi nel sottoscrivere un accordo sulla contrattazione sociale 2020

Pesaro, 1 luglio 2020 – Si è svolta ieri, martedì 30 giugno, l’iniziativa organizzata dalla Fondazione Di Vittorio, dalla Cgil e dallo Spi nazionali dal titolo: “Dopo l’emergenza un welfare più forte per diritti universali”.

Nel corso della conferenza è stato presentato l’XI Rapporto sulla contrattazione sociale territoriale dell’Osservatorio Fdv-Cgil-Spi, commentato dal segretario nazionale confederale Roberto Ghiselli che in passato è stato segretario generale Cgil Pesaro Urbino e della Cgil Marche.

Di seguito, si è svolta una tavola rotonda coordinata dal presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni , alla quale hanno partecipato il segretario generale Maurizio Landini, il presidente dell’Ali e sindaco di Pesaro Matteo Ricci e il presidente della Conferenza delle Regioni e dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

L’iniziativa, trasmessa in diretta online sulla piattaforma della Cgil: www.Collettiva.it ha toccato molti temi sull’importanza di un nuovo welfare, dei rapporti con gli enti locali, il lavoro, i diritti e anche i fondi europei per l’emergenza sanitaria e gli investimenti pubblici.

Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci in qualità di presidente Ali, tra le altre cose, ha ricordato il protocollo di intesa sul bilancio 2020 sottoscritto dal Comune di Pesaro con Cgil Cisl e Uil.

L’accordo, firmato a dicembre 2019, in tempi record ma pre-covid, prevede lo stanziamento di 250 mila euro e l’impegno dell’Amministrazione comunale a non innalzare l’addizionale Irpef e la Tari.

Il Comune si è impegnato a distribuire attraverso le società partecipata Marche Multiservizi altri 250 mila euro per sostenere i costi delle bollette acqua, luce e gas per le famiglie in difficoltà. E’ stato poi riconfermato il fondo anticrisi. Roberto Rossini, segretario generale Cgil Pesaro Urbino, ricorda anche che sindacato e Comune hanno previsto un nuovo percorso a partire dal confronto con i soggetti di rappresentanza del lavoro e delle imprese che porti ad uno scambio di idee utile rispetto al consolidamento e al potenziamento dei servizi sociali nel territorio.

Ma nessuno aveva previsto una emergenza sanitaria di proporzioni immani e ieri si è discusso anche del post coronavirus e di tutti gli effetti negativi sull’economia, il lavoro, i diritti, il welfare.

“E’ fondamentale, ha spiegato Ghiselli, una coerente ed efficace politica sociale e territoriale in questa fase di emergenza e ancor più nella prospettiva di un’auspicabile ripresa. E’ inoltre necessario – ha aggiunto – ricostruire una dimensione comunitaria, un tessuto di relazioni e convivenza, ripensando e collocando dentro un progetto riformatore una aggiornata idea di welfare, che sappia rispondere ai nuovi bisogni, sappia essere universale e inclusiva, funzionale alla partecipazione dei diversi attori del territorio, nei loro diversi ruoli”.

Si è parlato anche di rilancio dell’economia con il presidente Ali Matteo Ricci e con Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza per le Regioni e dell’Emilia Romagna.

Maurizio Landini ha detto che negli anni la povertà è raddoppiata e la ricchezza è sempre più concentrata in una ristretta percentuale di persone. La pandemia ha mostrato quanto i tagli alla sanità siano stati sbagliati e la crisi ha reso evidente come tanti giovani vivano con lavori precari e sottopagati. Le misure varate nell’emergenza, ha aggiunto, sono state positive ma ora occorre progettare una vera riforma del sistema: dobbiamo investire di più nel pubblico e nello stato sociale che non è semplicemente tutelare i diritti delle persone che lavorano ma anche rilanciare un’idea di nuovo compromesso sociale come crescita e sviluppo del nostro Paese”.

“Per evitare la rabbia sociale – ha sottolineato – non va bene qualsiasi soluzione o qualsiasi lavoro. Serve lavoro di qualità e il sindacato deve essere un soggetto di trasformazione sociale ma senza accettare di essere subalterno”.

Naturalmente si è parlato anche del Mes. Tutti i relatori hanno criticato lo stallo nella decisione di attingere ai fondi del Meccanismo europeo di stabilità senza condizioni. Tutti concordi sulla necessità di usufruirne. Per Maurizio Landini: “Si tratta di un’occasione irripetibile che deve essere colta”.

La videoconferenza è disponibile nel sito www.Collettiva.it.

Il Tribunale di Urbino riconosce il bonus bebè anche senza il permesso di lungo soggiorno

Il ricorso a favore di una mamma di nazionalità albanese promosso dal patronato Inca Cgil

Il Giudice del lavoro ha stabilito che il diniego dell’Inps è discriminatorio

PESARO, 29 giugno 2020 – Mentre l’INPS si ostina a negare l’accesso alle prestazioni di welfare ai cittadini extracomunitari che nel nostro Paese vivono, lavorano, pagano le tasse e hanno costruito una famiglia solo perché sprovvisti di permesso da “lungosoggiornante” la sezione lavoro del Tribunale di Urbino sollecitato dal ricorso promosso dall’ INCA CGIL di Pesaro e patrocinato dall’avvocato Antonella Lionetti consolida un orientamento giurisprudenziale di segno totalmente opposto.

Con l’ordinanza emessa dal Tribunale Ordinario di Urbino il 25 giugno 2020 nell’ambito della causa civile (n 285/2019) proposta nei confronti dell’INPS che aveva negato il diritto a percepire il bonus bebè ad una cittadina di nazionalità albanese, titolare di un permesso che le consente di lavorare in Italia ma priva del permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo, il Giudice del lavoro Andrea Piersantelli ha dichiarato il carattere discriminatorio della condotta dell’INPS, il cui diniego ha posto la lavoratrice straniera in una posizione di ingiustificato svantaggio rispetto al cittadino italiano, ordinando all’INPS di cessare la condotta discriminatoria e di pagare alla ricorrente il bonus bebè.

L’assegno di natalità –comunemente conosciuto come bonus bebè- è un sussidio mensile a sostegno del reddito familiare originariamente previsto per tre anni a partire dalla nascita del bambino o di ingresso in famiglia in caso di adozione o di affidamento preadottivo poi ridotto a 12 mesi con la legge di Bilancio 2018 il cui riconoscimento è subordinato al possesso di un ISEE non superiore a 25mila euro.

Anche questa volta la sezione lavoro del Tribunale di Urbino nelle motivazione dell’emessa ordinanza ha confermato quanto già stabilito in precedenti pronunciamenti anche della Corte di Giustizia dell’UE e cioè che non si può negare il beneficio agli stranieri sprovvisti di un permesso di soggiorno di lungo periodo perché ciò contrasta con le disposizioni contenute nella Direttiva Comunitaria n 2011/98/UE che richiama il regolamento 883/2004 nel quale sono indicate le prestazioni di Welfare cui hanno diritto i cittadini stranieri, presenti nel territorio europeo, tra le quali rientra il bonus bebè.

Secondo l’ordinanza le conseguenze del dettato dell’Unione Europea in termini di diritto alle prestazioni è quella diretta a tutelare economicamente la maternità e la paternità in modo continuativo fino al compimento dei tre anni del bambino ed è corrisposto in modo automatico e non discrezionale laddove ricorrano i requisiti di reddito prescritti e trattandosi di una norma sovranazionale non ha bisogno di essere recepita e si colloca per gerarchia delle fonti normative al di sopra della legislazione nazionale imponendo la disapplicazione in caso contrario.

Quindi, per il giudice di Urbino, qualsiasi disposizione nazionale che ponga lo straniero in una posizione di svantaggio rispetto al cittadino italiano riveste illegittima portata discriminatoria la quale si estende agli atti e comportamenti della pubblica amministrazione che ne fanno attuazione, compresa l’Inps.

Silvia Cascioli, segretaria confederale provinciale con delega alle politiche sull’immigrazione e i diritti di cittadinanza, commenta: “Siamo estremamente soddisfatti dell’esito dell’ordinanza, perché nel riaffermare quanto contenuto nelle direttive europee in tema di accesso al welfare per i cittadini stranieri, riafferma un principio a noi molto caro, quello della tutela della maternità e della paternità nel modo del lavoro, troppo spesso ancora oggi riconosciuto solo sulla carta. Ovviamente è ancor più paradossale che in questa occasione, ma non è la prima volta che accade, sia proprio un ente pubblico a rendersi protagonista di una decisione illegittima e discriminatoria come stabilito dal Tribunale”.

Domiciliarità, medicina del territorio, assistenza e una profonda riforma delle case di riposo

Covid/Intervento dello Spi Cgil su cosa serve agli anziani. Chiesto un tavolo di confronto

PESARO, 25 giugno 2020 – Il numero dei decessi nelle strutture per anziani riconducile al Covid-19 è ancora incerto e rappresenta certamente una ferita per tutto il nostro sistema sanitario di cura e protezione delle persone più fragili. Non sono reperibili dati ufficiali
Sono state aperte inchieste dalla magistratura ma non è ancora stata fatta piena luce su quanto accaduto, quali errori, quanti anziani hanno pagato il tributo più alto nei mesi dell’emergenza Covid.

Lo Spi Cgil Pesaro e Urbino, insieme ai pensionati di Cisl e Uil, dopo due video conferenze convocate dal Prefetto con i dirigenti dell’Area Vasta 1 del 23 aprile e 4 maggio scorsi hanno dichiarato:
«Noi non abbiamo dati ufficiali, ma riceviamo quotidianamente segnalazioni da parte di nostri iscritti, soprattutto familiari degli anziani, che ci descrivono scenari drammatici, con numeri di decessi di gran lunga superiori a quelli relativi ai periodi precedenti la pandemia Covid-19. In molti casi ci risulta che non si indaghi sulla ragione dei decessi: siamo certi che solo conoscendo i numeri reali dei decessi, rapportandoli al numero dei positivi, sintomatici e asintomatici, si potranno adottare misure che eviteranno il moltiplicarsi della diffusione del virus. Si potrà così prendere come esempi i pochi luoghi che per ora sembrano non abbiano rilevato alcun contagiato e che speriamo mantengano questo primato».
Oggi, a meno di due mesi lo Spi Cgil chiede chiarezza ma soprattutto la possibilità di aprire un tavolo per discutere di una riorganizzazione del sistema della residenzialità per anziani laddove non ha funzionato l’organizzazione e dove invece la gestione ha saputo mettere in atto misure che hanno evitato il contagio.
“Non ci piace essere considerati profeti di sventura – dichiara Catia Rossetti, segretaria generale Spi Cgil Pesaro e Urbino – ma tutti sanno che non si può escludere un riacutizzarsi del contagio e se ciò accadesse chiediamo fin da ora una nuova organizzazione del sistema di prevenzione, assistenza e cura per evitare i tragici errori del passato che sono costati la vita a molti anziani.
E’necessario analizzare cosa è davvero accaduto nelle residenze per anziani- scrive Catia Rossetti -, in particolare nelle 32 strutture della nostra provincia con parte di posti letto autorizzati e convenzionati per residenze protette, dove una parte della retta è coperta dal bilancio della sanità.
“Lo Spi Cgil – continua Catia Rossetti – insieme alle organizzazioni dei pensionati di Cisl e Uil è impegnato per un confronto sulle strutture, sulla organizzazione e la formazione del personale che lavora nelle strutture per anziani a partire dalla richiesta che facciano parte del sistema sanitario pubblico, con tutte le garanzie necessarie ad evitare il caos organizzativo e le responsabilità precise di cui chiediamo conto”.

“Chiediamo di conoscere numeri e procedure con chiarezza per evitare che gli errori del passato si ripetano – conclude Catia Rossetti -. Isolare i pazienti affetti dal Covid è fondamentale soprattutto nelle strutture per anziani che sono i soggetti più deboli e più a rischio, per questo è necessario rivedere le norme di autorizzazione e convenzionamento delle strutture, di spazi per isolare e curare i contagiati, e di formazione del personale. Serve più personale, più assistenti, più infermieri, più medici E’ inoltre indispensabile rafforzare i servizi sanitari nel territorio a partire da una migliore integrazione con i medici di base, da maggiori servizi ad anziani e non autosufficienti che vivono in casa, con supporto e assistenza costante a caregiver e a chi se ne prende cura quotidianamente.
Sono state adeguate ed efficaci le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale)? cosa ne sarà di queste nel futuro prossimo?”.

Nidil Cgil: l’Asur stabilizzi i lavoratori precari

Pesaro, 23 giugno 2020 – “Numerosi sono ancora i precari “atipici” dell’Area Vasta 1, negli ospedali di Urbino e Fossombrone che da tanti, troppi anni vivono nella più totale incertezza. E’ quanto afferma Valentina D’Addario, responsabile Nidil Cgil Pesaro Urbino, in una nota.

“Si destreggiano tra vari contratti come quello di somministrazione a tempo determinato –si legge -. Ciò avviene dal 2015 e da allora ricevono un trattamento non paritario a quello riservato ai lavoratori diretti. Pensiamo, solo a titolo di esempio, al premio produttività, previsto dal contratto integrativo, la cui erogazione è attesa dai lavoratori in somministrazione da agenzia da tantissimo tempo ma la Direzione evita il confronto.

I contratti di lavoro di queste lavoratrici e questi lavoratori scadranno, per l’ennesima volta, il prossimo 30 luglio.
E’ arrivato il momento per l’Asur di dare risposte a questi lavoratori che attendono da troppo tempo senza alcuna garanzia, alcuna certezza sul proprio futuro.
E’ inoltre indispensabile, ora più che mai, anche alla luce di tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, avviare le procedure di stabilizzazione dei lavoratori precari con rapporti di lavoro subordinato.

Il ricorso al lavoro precario è stato utilizzato per gestione ordinaria e per far fronte alle carenze strutturali in organico negli ultimi dieci anni, troppo numerosi sono i servizi la cui attività è garantita esclusivamente da lavoratrici e lavoratori precari.

Ci aspettiamo che la Regione intervenga e inizi ad instaurare un dialogo concreto e che lo stesso Presidente Luca Ceriscioli si interessi e adotti le misure necessarie a risolvere la situazione divenuta insostenibile e inaccettabile.

Certamente come organizzazione sindacale insieme ai lavoratori non rimarremo inerti ad attendere l’ennesima scadenza di contratto senza ricevere per l’ennesimo anno alcuna prospettiva”.

Cgil Pesaro Urbino solidale con i lavoratori iraniani

Il Segretario generale della Cgil Pesaro Urbino Roberto Rossini,  a nome di tutta l’organizzazione, è tra i firmatari di un appello a favore dei lavoratori iraniani sottoposti a continue violazioni dei diritti da parte del regime.
“La continua violazione dei diritti dei lavoratori in Iran da parte del regime teocratico, soprattutto dopo la pandemia da coronavirus, ha causato milioni di disoccupati.
Il salario medio di un lavoratore in Iran è circa 90 dollari e ci sono molti lavoratori che non ricevono nemmeno questo irrisorio stipendio.
La diffusione del coronavirus, che ha causato problemi in ogni parte del mondo, in Iran ha le acquistato le dimensioni di una catastrofe. L’occultamento dei dati della pandemia da parte delle autorità del regime è sicuramente è una chiara violazione dei Diritti Umani ed è bene che se ne occupino i tribunali internazionali. Secondo fonti interne il drammatico numero delle vittime cresce giornalmente e ha superato 50 mila persone.
Secondo fonti di stampa governativa in Iran oltre il 90% dei lavoratori sono a contratto a tempo determinato. Questi lavoratori non sono soggetti a nessuna tutela e non percepiscono neanche il salario minimo. Il Centro statistico iraniano qualche mese fa fornito il numero 3 milioni e 200 mila lavoratori completamente disoccupati. Nel senso che non hanno alcun reddito e si trovano sotto la soglia della povertà assoluta e in situazioni disperate. L’alto tasso di disoccupazione fa sì che i lavoratori accettino qualsiasi salario e siano del tutto disarmati di fronte alle continue pressioni del governo. Secondo fonti di stampa e delle stesse autorità di regime ci sono molti lavoratori che non ricevono il salario fino a 14 mesi.
Ciò nonostante i lavoratori iraniani non sono fermi a rivendicare i loro diritti. Durante l’anno 2019 si contano oltre 1.700 azioni di protesa, scioperi e sit-in in tutto il Paese, alcuni durati per giorni o settimane.
Nell’anno in corso c’è stato un aumento del movimento di protesta dei lavoratori iraniani, vista la drammatica situazione economica dovuta all’incapacità e alla corruzione diffusa degli uomini al potere.
Occorre costringere le autorità iraniane a togliere il monopolio dei dispositivi sanitari dalle mani dei pasdaran e delle forze di sicurezza e mettere a disposizione dei quadri medico-sanitari per la sicurezza dei lavoratori.
Noi chiediamo fermamente all’Organizzazione Internazionale del Lavoro e all’Alto Commissariato dei Diritti Umani di difendere i diritti fondamentali dei lavoratori iraniani, di condannare in questa situazione di piena pandemia la violazione dei diritti da parte del regime religioso iraniano e di diffondere le notizie della lotta dei lavoratori iraniani condotta con coraggio e sacrificio”.
Giugno 2020

Acconto Imu, nessuna proroga per i Comuni di Pesaro e Fano

Scade domani 16 giugno il termine di pagamento dell’acconto 2020. Inascoltate le richiesta di proroga o di moratoria delle sanzioni

Pesaro,15 giugno 2020 – Scade domani, 16 giugno, il pagamento dell’acconto Imu 2020, ma i centri di assistenza fiscale della Cgil, come già annunciato, non saranno in grado di garantire il servizio di pagamento per i cittadini dei Comuni di Pesaro e Fano visti i tempi troppo ristretti.

L’appello lanciato dal Caaf Cgil nei giorni scorsi per la proroga della data o per una moratoria delle sanzioni rivolto in particolare ai Comuni maggiori quali Pesaro e Fano non è stato accolto.

A questo punto è nostro dovere, ribadiscono, informare i cittadini che non saremo in grado di rispondere a queste richieste. In una situazione di grande emergenza ci saremmo aspettati una risposta positiva come in altri Comuni tra i quali Colli al Metauro o Fossombrone per citarne alcuni. Pesaro e Fano invece non hanno risposto all’appello mantenendo invariata la data del 16 giugno.

“Siamo amareggiati, fanno sapere da via Gagarin, perché la solidarietà e il sostegno a chi è stato colpito dalla grave crisi sanitaria che stiamo ancora fronteggiando di fatto ha penalizzato quei cittadini che entro domani saranno costretti a versare l’acconto Imu senza un allungamento dei tempi di pagamento e senza la possibilità di evitare le sanzioni per i ritardi dei versamenti.

Saranno dunque i Comuni ad assumersi la responsabilità di questa scelta precisa che giudichiamo sbagliata perché mette seriamente in discussione la solidarietà reale di alcuni enti locali nei confronti dei propri cittadini contribuenti”.

Cgil e Cisl, nessun rinvio per il pagamento dell’acconto Imu 2020

La preoccupazione dei sindacati che chiedono l’allungamento della data fissata il 16 giugno

“Se non ci ascoltano saremo costretti a dire ai cittadini di rivolgersi direttamente agli uffici tributi dei Comuni di competenza. A Pesaro e Fano, scelte incomprensibili”

PESARO, 4 giugno 2020 – Cgil e Cisl di Pesaro e Urbino, in accordo con i propri Centri di assistenza fiscale, esprimono grande perplessità nel constatare che molti Comuni della nostra provincia, primi fra tutti i due più grandi ovvero Pesaro e Fano, non hanno dato la possibilità ai cittadini di pagare l’acconto IMU 2020 anche dopo la scadenza del 16 giugno, senza applicare sanzioni ed interessi.

Stiamo parlando di una possibilità che avrebbe agevolato sia i cittadini a non affollarsi negli uffici postali e bancari con il rischio di creare assembramenti , sia i Caaf che da sempre assistono le persone alla compilazione degli F24 per il pagamento.

Su questo punto altri Comuni della nostra provincia, come ad esempio Fossombrone, Colli al Metauro e Urbino, si siano fatti carico del problema e agendo sulla stessa base normativa, abbiano affrontato il problema, interpretando come possibile, in senso favorevole ai cittadini, lo spostamento del termine pagamento della prima rata oppure inserendo un periodo di moratoria da sanzioni per chi avesse operato il pagamento oltre il 16 giugno.

Vista la situazione di difficoltà dovuta all’emergenza Covid 19 i nostri uffici fiscali non riusciranno a completare l’attività di assistenza ai cittadini entro il 16 Giugno: attenersi alle regole di sicurezza significa per noi ricevere i cittadini solo su appuntamento in modalità assolutamente contingentata che mal si adatta ai tempi stretti della scadenza IMU.

I cittadini si affollanno davanti ai nostri uffici per un modulo di pagamento con la paura di incorrere in sanzioni! Non ci sembra giustificabile in alcun modo soprattutto se pensiamo che siamo appena usciti da una dura fase di lockdown e dovremmo ora più che mai adoperarci per evitare, o almeno diminuire il piu’ possibile, i disagi alla cittadinanza, ancor più se pensiamo che persino la scadenza della dichiarazione dei redditi è stata prorogata al 30 settembre.

Chiediamo solamente di aiutare le persone ad espletare il loro obbligo tributario in tempi un po’ più lunghi, senza incorrere in sanzioni: alcuni comuni , come ad esempio Urbino, Colli al Metauro, Fossombrone lo hanno fatto. Crediamo sia un esempio da seguire.

In caso contrario i nostri Caaf si adopereranno per informare I cittadini di rivolgersi direttamente agli uffici tributi dei Comuni di competenza.

La scuola dimenticata dall’emergenza sanitaria è un’occasione persa

Tuscia Sonzini Flc Cgil: “Il diritto all’istruzione non è stato garantito. Rabbia e amarezza

PESARO, 1 giugno 2020 – La scuola pubblica, uno dei pilastri di un paese civile e democratico, con la crisi sanitaria non ha mai riaperto e il futuro è assai incerto, a partire da come sarà la ripresa delle lezioni a settembre.
Tuscia Sonzini, segretaria generale Flc Cgil Pesaro Urbino spiega qual è oggi lo stato dell’istruzione e quali sfide attendono insegnanti, studenti, personale amministrativo senza dimenticare le famiglie.
“Non è bastata una pandemia per porre rimedio alle innumerevoli problematiche che attanagliano il mondo dell’istruzione in Italia – scrive Tuscia Sonzini -. Anzi, l’approccio ministeriale, finora oltremodo entusiastico e acritico, non ha affrontato alla radice le questioni, le ha solo coperte e rimandate a settembre con il rischio che il divario fra scuole e famiglie cresca a dismisura.
Per far fronte all’emergenza, gli operatori della scuola, in mancanza di indicazioni chiare, si sono rimboccati le maniche, si sono spesi tantissimo pur di mantenere un contatto con gli studenti, pur di continuare ad esercitare la propria professione. La didattica a distanza (DAD) è stata una didattica dell’emergenza, anche se si è mostrata efficace sotto molti aspetti, ma ha anche chiaramente rivelato che non è sufficiente a trasmettere ciò che di più importante il virus ha tolto alla scuola: la relazione, la socialità, il rapporto diretto. E’una didattica che non ha raggiunto tutti, che ha emarginato i soggetti più deboli e che di fatto non ha garantito il diritto all’istruzione, sancito dalla nostra Costituzione. Il lavoro esercitato a distanza inoltre ha fatto sì che si superasse il confine tra la sfera privata e quella professionale degli individui. L’abbiamo chiamato “smart working”, quando di veramente “smart” non c’è stato nulla, perché il lavoro da remoto, se segue le regole e le logiche del lavoro in presenza, si chiama lavoro da casa e rischia di essere esercitato senza tenere conto dei diritti basilari dei lavoratori. Tutto ciò è stato giustificato dall’emergenza, dalla fretta di porre rimedio, ma ora che si rischia una non ben definita ripartenza a settembre, sarebbe giunto il momento di fare una riflessione profonda e un’attenta disamina di ciò che la scuola è, di ciò che la scuola sarà.
Ed ecco che l’occasione per superare le annose problematiche della scuola sembra sfumare di giorno in giorno. Come potremo realizzare la regola del distanziamento se le classi continueranno ad essere così numerose, come potremo se gli spazi scolastici non avranno un ampliamento, come potremo far fronte a entrate scaglionate, turni pomeridiani, se gli organici resteranno invariati; organici che da molto tempo non sono sufficienti rispetto al reale fabbisogno delle scuole. Come potremo, infine, garantire la continuità didattica che il prossimo anno sarà ancor più importante, se si prevede un aumento esponenziale delle supplenze per il mancato accordo su un sistema di reclutamento che avrebbe garantito la copertura dei posti a settembre. La FLC CGIL, insieme alle altre organizzazioni sindacali ha proclamato uno sciopero per l’8 giugno, un’azione in cui confluiscono rabbia e amarezza. La rabbia dettata dal fatto che risposte concrete non ci sono, l’amarezza perché ancora una volta il mondo dell’istruzione sembra essere ai margini dei provvedimenti governativi, ancora una volta gli investimenti e le risorse non sono sufficienti, ancora una volta la miopia e la superficialità del Ministero, andranno a colpire quello che è il futuro del nostro paese.

Uci-Giometti: in bilico 38 lavoratori

ANCONA, 20 maggio 2020 – Si è svolta ieri un’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori delle Marche di UCI Italia già Giometti Real Estate & Cinema. La riunione ha permesso di fare il punto della situazione, dopo il confronto tenuto tra UCI e Giometti, attivato per la procedura di restituzione del ramo di azienda, discussa in prima istanza il giorno 18 maggio scorso tra le due società e le rappresentanze sindacali di SLC CGIL FISTel CISL UILCOM – UIL nazionali e delle Marche.

I cinema coinvolti nella restituzione sono 6 presso le sedi di: Ancona, Jesi, Senigallia, Fano, Pesaro e Porto Sant’Elpidio per un totale di 38 lavoratrici e lavoratori.

Le Organizzazioni Sindacali, insieme alle lavoratrici e i lavoratori UCI – Giometti, esprimono forti preoccupazioni per i contenuti del confronto, che ha messo al centro soprattutto gli interessi meramente economici delle società, piuttosto che la prosecuzione delle attività e la continuità occupazionale dei lavoratori, minandone la certezza per il futuro.

In un contesto di emergenza per il settore dello Spettacolo come questo, non possono aggiungersi le incertezze della ripresa alle incertezze occupazionali.

Le scriventi organizzazioni sindacali faranno di tutto per dare continuità lavorativa e contrattuale ai lavoratori e ribadiscono che non accetteranno il perdurare dello stato di grave incertezza per le 38 famiglie coinvolte, determinato dal “rimpallo” delle responsabilità tra le società.

Chiediamo senso di responsabilità alle parti, affinché alla prossima riunione prevista per la prossima settimana, vengano sciolti i nodi irrisolti e sia stabilito con certezza un percorso per mantenere l’occupazione e le condizioni contrattuali dovute ai dipendenti. Va riconosciuto valore e dignità alle lavoratrici e lavoratori che in questi anni, con spirito di collaborazione, hanno reso i cinema della nostra regione luoghi accoglienti per le famiglie marchigiane.
Facciamo altresì appello alle istituzioni a partire dalla Regione Marche ed ai Sindaci dei Comuni interessati, affinché facciano sentire forte la propria vicinanza alle lavoratrici e lavoratori, anche al fine di evitare l’impoverimento del tessuto economico e sociale del territorio.
Crediamo che in momenti drammatici come questi, il valore del lavoro umano venga prima del profitto.
SLC-CGIL           FISTel-CISL                UILCOM-UIL Marche