di Simona Ricci*

“È quasi inevitabile, soprattutto nel giorno della celebrazione del Lavoro, il rischio di essere retorici tanto più se si desidera parlare ai giovani e al loro futuro. Ma è un rischio da correre se si ha a cuore un certo futuro, se si fa il mestiere di sindacalisti e si tenta  così di andare oltre i luoghi comuni sul sindacato e sui giovani.

Siamo voluti partire dall’abrogazione dei voucher e dal miglioramento delle tutele per chi lavora negli appalti per provare a riscrivere ed aggiornare i diritti nel lavoro, con la “Carta dei diritti universali del Lavoro”,  la nostra proposta di legge per un nuovo Statuto del Lavoro, attualmente in parlamento.

Lo abbiamo fatto, e continueremo la nostra mobilitazione finché sarà necessario, perché la visione di futuro del Paese non può che partire da qui, dove negli ultimi anni si sono pericolosamente abbassate le aspettative dei giovani rispetto ai loro diritti e in particolare a quello al  lavoro. Questo li ha portati a diminuire la conflittualità rispetto alla propria condizione lavorativa. Pertanto si è molto indebolita la percezione della necessità di stare insieme per avere giustizia e di organizzarsi.

Un tirocinio, cui probabilmente ne seguiranno altri, è meglio di niente, un voucher è meglio di niente, tre mesi di lavoro stagionale nel bar senza neanche un giorno di riposo  sono meglio di niente, lo stipendio in nero è meglio di niente, 40 proroghe di contratti di somministrazione in tre anni sono meglio di niente. Fare fotocopie anche se hai una laurea e un master  è meglio di niente.

Questo, troppo spesso, purtroppo ci sentiamo rispondere. Vorrei invitare  questi  ragazzi  imparare a dire qualche No a certe offerte di lavoro, alcune davvero lesive anche della dignità non solo delle leggi sul lavoro, ben sapendo  che ogni No ha un prezzo.

Ma vale molto in termini di rispetto per sé stessi, per i propri studi, per i sacrifici fatti. Oggi, con la crisi, la domanda di lavoro è crollata, ma 20 anni fa era già una domanda di lavoro di bassa qualità perché il sistema produttivo locale era orientato a quel tipo di produzioni a basso valore aggiunto, cui un giovane laureato faceva solo ombra e casomai sarebbe costato troppo. Oggi quel sistema produttivo è uscito decimato dalla crisi e occorreranno anni affinché torni a produrre una domanda di lavoro capace di assorbire l’enorme massa di disoccupati, più di 20.000 in provincia, e l’altrettanto enorme massa di occupati e precari che desiderano un futuro migliore.

È questo, io credo, il circolo che va spezzato, a partire dalla domanda di lavoro e dal sistema di tutele nel lavoro, rendendo entrambi virtuosi e capaci di generare un lavoro di qualità.

Che cosa è capace di offrire questo paese ai nostri ragazzi in termini di politiche pubbliche per una buona occupazione? Servizi all’impiego pubblici ridotti al lumicino, tanto che le Marche (che hanno un rapporto operatori dei Ciof/disoccupati di 1 a 600!), sono state escluse dal piano nazionale ministeriale di 1000 assunzioni nei centri per l’impiego perché ‘abbiamo un rapporto operatori/disoccupati migliore di altre regioni’, dicono.

In Germania il rapporto  è di 1 a 40 e così in Spagna, in Francia di poco superiore. E nonostante lo sforzo, davvero encomiabile, degli operatori dei nostri Ciof provinciali nel tentare di sviluppare percorsi di accoglienza, orientamento e occupabilità,  anche nel 2016 il nostro territorio, nelle fasce di età 15-24 e 15-29, segna pesantissimi record negativi di disoccupazione e che sono, purtroppo, il termometro che misura la febbre altissima di cui soffre tutto il lavoro nella nostra provincia:

– 34,6% il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24, più alto della media marchigiana che è al 31%, lontanissimo dal Nord Est al 20,4% e vicinissimo alla media nazionale del 37,8%. Per le giovani donne di 15-24  anni il tasso di disoccupazione arriva al 44,3%, superando in un sol colpo pure la media nazionale che è del 39,6%. No, non siamo una provincia per giovani donne;

– non migliora la situazione nella fascia di età 15-29 dove il tasso di disoccupazione è del 27,4% (era del 9,7 nel 2008 ), anche qui superiore di due punti alla media regionale, di 11 punti rispetto al Nord Est e di un solo punto inferiore alla media nazionale;

– non va meglio neppure il confronto generazionale sul quale la politica ha speso, in malo modo e in maniera spesso strumentale, molti dei suoi slogan: il tasso di disoccupazione tra coloro che hanno più di 35 anni in provincia di Pesaro Urbino si attesta, nel 2016 al, 9%, superiore di 2 punti e mezzo alla media regionale e alla media delle regioni del Centro e superiore di un punto persino della media nazionale.

Per almeno vent’anni i fautori di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ci hanno detto che aumentarla avrebbe significato più occupazione, che le tutele contro i licenziamenti illegittimi erano ‘arnesi del Novecento’,  che un tirocinio a 350 euro al mese era meglio di un contratto di apprendistato. E anche che bisognava togliere ai padri per dare di più ai figli, salvo poi ritrovarci oggi, genitori e figli, tutti più precari  e con un numero di occupati uguale a quello di vent’anni fa,  ma con molte meno tutele e meno diritti.

Se un senso questo nostro Primo Maggio 2017 deve averlo, io credo che debba essere quello di ritrovarsi dietro un No a questo stillicidio ventennale inferto, a colpi di leggi e di competitività al ribasso, al mondo del lavoro, per ritrovarci e chiedere, tutti insieme, padri e madri, figli e figlie, giustizia. Come l’etimologia della parola sindacato ci racconta: syn dike, insieme, giustizia.

Le parole non nascono dal nulla e la nostra responsabilità quotidiana di sindacalisti è quella di lavorare affinché il senso e il significato di quella parola sia ancora riconoscibile”.

*Segretaria generale Cgil Pesaro Urbino

 


Primo Maggio 2017
Il focus di Rassegna.it 

Facebooktwitter