Le Segreterie e i coordinamenti provinciali di CGIL CISL UIL, unitamente alle tre Federazioni Provinciali di Categoria, sottopongono all’attenzione della
Conferenza dei Sindaci di Area Vasta, riunita l’11 Settembre ’17, la seguente memoria in sede di audizione così come previsto dalla L.R.13/03.

Le nostre proposte in tema di politiche per la salute e per l’organizzazione del servizi sanitari regionali fanno riferimento al documento unitario di Cgil Cisl Uil Marche del 9 luglio ’17, consegnato alla Regione, agli amministratori locali e alle forze politiche, quale cornice condivisa per le nostre rivendicazioni sia di metodo che di merito.

Riteniamo che l’occasione, da noi ricercata sin dallo scorso anno, di una discussione pubblica in una sede istituzionale, possa, almeno nelle nostre intenzioni, essere utile ad offrire ai decisori pubblici una visione unitaria e condivisa con gli operatori e i cittadini, dei problemi e delle criticità del servizio sanitario regionale e provinciale.

La fase in cui siamo, costituita anche da pesanti tagli e da un cronico sottodimensionamento del Fondo Sanitario Nazionale e dei nuovi Lea previsti dal DPCM del 12/1/2017, non dovrebbe consentire inutili contrapposizioni ma il prevalere di una visione comune, non municipalistica ma sempre più orientata ai bisogni una comunità che non guarda i confini quando si tratta, appunto, di salute.

Ad oggi, nonostante gli appelli e le reiterate richieste anche a livello locale, cosi come previsto dalla DGR 149/14, non è in atto alcun confronto sulla politiche per la salute a livello territoriale.

L’ultimo incontro risale a Gennaio di quest’anno. Una conferma del fatto che, a ricaduta sul livello territoriale, la Regione pratica una totale indisponibilità al
confronto con le parti sociali, in una Provincia, la nostra, che sin dal 2013 sta pagando un prezzo altissimo in termini di tagli ai servizi, alla rete ospedaliera, crescita della mobilità passiva, cessione di spazi e agibilità alla sanità privata.
Un prezzo altissimo per le nostre comunità locali e per gli operatori sanitari che da anni sono costretti a lavorare in perenne condizione di incertezza e di difficoltà organizzativa.

Cgil Cisl Uil, assieme alle Federazioni di Categoria e alle RSU, non hanno mai negato la necessità di una riorganizzazione dei servizi sanitari in direzione di un loro aggiornamento e ammodernamento, soprattutto sui modelli organizzativi e assistenziali e sulle tecnologie, ma quello cui si è assistito non ha nulla o quasi a che vedere con il raggiungimento di quegli obiettivi di salute.

Non c’è un Piano Sanitario, ma si fanno scelte programmatiche svincolate da qualsiasi contesto, non c’è un Atto Aziendale dell’Asur, ma si emanano atti e si chiudono e si aprono strutture svincolate da qualsiasi atto programmatico così come prevede la normativa nazionale.

Questa è la prima rivendicazione che va messa in campo: subito un Piano Sanitario Regionale e un Atto Aziendale dell’ASUR, entrambi da costruire con un confronto il più possibile partecipato.

Nel frattempo, stop a qualsiasi atto e/o delibera che modifichi gli assetti organizzativi su ospedale, territorio, prevenzione, così come va aperta una discussione partecipata sulla pdl contenuta nella DGR 586/17 sulle sperimentazioni gestionali con i soggetti privati, in particolare nel nostro territorio, già oggetto di una
fallimentare esperienza in tale senso (vedi Montefeltro Salute srl), per le inevitabili ricadute che da quel disegno rischiano di derivare nel rapporto tra sanità pubblica e gestori privati accreditati.

Va in questa direzione la necessità di aprire un confronto sulla annunciata scelta di autorizzare l’apertura di una clinica privata da 200 posti letto a Fano, scelta in totale contraddizione con il percorso dell’Ospedale unico, già oggetto di un percorso quanto meno poco chiaro e accidentato.
Per ciò che concerne la localizzazione dell’Ospedale unico, premesso che come sindacato non siamo pregiudizialmente contro alla scelta del sito di Muraglia, ci lasciano comunque perplessi le modalità con la quale si è arrivati a tale scelta.

Non ci sembra di aver visto alcun studio in merito alle ricadute sia urbanistiche che ambientali della struttura, anzi, esistono alcune criticità idrogeologiche già evidenziate da altri atti e studi e nulla è dato sapere su quale tipo di struttura possa sorgere in quel sito.

Fare chiarezza su tutto questo è un diritto ineludibile di queste comunità locali e delle rappresentanze sociali di questo territorio.
Si tratta di scelte fondamentali per il futuro, scelte che non possono essere risolte con una “presa d’atto” dei Sindaci di Pesaro e Fano, così come recentemente riaffermato nell’intesa tra le due amministrazioni locali.

Questo territorio, ad oggi, soffre di una carenza di posti letto per acuti, in particolare per medicina e lungodegenza, di almeno 100 posti, e di lunghe liste di attesa per interventi chirurgici anche di bassa complessità.
Occorre una vasta operazione di trasparenza sulla rete ospedaliera: quanti posti letto, anche negli ospedali di comunità, sono ad oggi attivi, disciplina per disciplina, qual’è il loro tasso di utilizzo, i giorni di degenza media, gli organici assegnati, quali le liste di attesa, quali i protocolli per accedervi e come avviene la presa in carico dei pazienti, nonché una operazione di trasparenza sulla libera professione che sia funzionale ad una sua maggiore regolazione a livello regionale, in funzione degli obiettivi istituzionali del servizio sanitario.

Sul Presidio Ospedaliero Unico Urbino – Pergola: occorre fare definitivamente chiarezza sulle rispettive funzioni, sui posti letto e loro utilizzo e soprattutto, occorrono posti letto ed organici effettivi per poter garantire le risposte di salute necessarie nel rispetto delle delibere regionali e dell’Area Vasta 1.

Le due strutture soffrono di mali opposti ma complementari: quella di Urbino, diventata l’unico riferimento per tutto l’entroterra, con un numero di posti letto neppure corrispondente a quello previsto dagli atti, già ampiamente sottodimensionato, è evidentemente in enorme sofferenza.
La struttura di Pergola è, al contrario, ampiamente sottoutilizzata rispetto alle grandi capacità di risposta che nel recente passato ha saputo garantire ed oggetto, tra l’altro, di continue sottrazione di risorse.

Il sistema dell’emergenza urgenza è del tutto sottodimensionato, sia rispetto alle strutture che ai mezzi e agli organici assegnati dagli atti amministrativi. I mezzi e gli organici effettivi, poi, non corrispondono neppure a quelli assegnati solo sulla carta.

A tutt’oggi pericolosamente indefinito il ruolo degli ex PPI che andrebbero ripristinati in attesa di una verifica complessiva sul sistema e dell’assegnazione di adeguate risorse finanziarie, strutturali e umane, nonché del completamento dei percorsi formativi e organizzativi del personale dedicato. I dipartimenti di emergenza degli Ospedali di Urbino, Fano e Pesaro, se non si interviene presto, sono e saranno sottoposti a pressioni insostenibili con tutti i disagi e i rischi per l’utenza che possiamo immaginare.

Se è vero come è vero che il 68% dell’utenza dei Pronto Soccorso e dei PPI è costituita da codici bianchi e verdi, occorrono investimenti celeri e sostanziali sul sistema delle cure primarie e delle Case della Salute, in tutta l’area vasta, e non la chiusura dei PPI per far posto ai PAT (ACAP???) perché in
questo modo, come purtroppo spesso accade, il saldo per i cittadini è del tutto negativo.

In questo senso, contrariamente a quanto affermato pubblicamente, gli spazi per poter agire da parte della Regione all’interno del DM 70/15 esistono e andrebbero praticati.

Riguardo il rapporto con i gestori privati, ci rifacciamo integralmente a quanto scritto nel documento unitario regionale: nelle Marche i gestori privati hanno avuto privilegi, nel senso di deroghe, maggiori di quelle avute dal pubblico, libertà che al pubblico non sono state concesse, pur avendo il sistema pubblico livelli di efficacia e di appropriatezza decisamente maggiori. In questa Area Vasta, caso unico nelle Marche, i gestori privati sono presenti all’interno degli Ospedali di Comunità, fatta eccezione per Fossombrone, la cui situazione e il cui destino appaiono in questa fase ancora più indefiniti.

Si è aperta una pericolosa discussione, almeno sui giornali, sulla possibile privatizzazione di queste strutture. In questo senso l’opacità di quanto sta avvenendo, al di fuori di qualsiasi contesto programmatorio e scapito della sanità pubblica, non tiene conto in alcun modo del fatto che la domanda di salute viene ancora più facilmente orientata se intercettata nel momento delle cure primarie o dell’erogazione delle prestazioni ambulatoriali di specialistica e diagnostica.

Le infinite liste di attesa nel servizio pubblico per la specialistica, per la diagnostica e per gli interventi ambulatoriali, in Day Hospital e Day Surgery sono in
questo senso il veicolo privilegiato, oltre che coacervo di interessi, per la crescita esponenziale della mobilità passiva, soprattutto verso l’Emilia Romagna.

E’ chiaro che, se così è, il governo della mobilità passiva per le casse regionali resterà a lungo una chimera, anzi, è destinato ad aumentare per i prossimi anni.
Occorre riprogrammare il sistema delle residenzialità e della semiresidenzialità, orientandolo ai nuovi bisogni, cosa che il recente Atto di Fabbisogno della Regione Marche ha fatto solo parzialmente e solo sulla base dell’offerta e non della domanda.

C’è una complessità cui si può rispondere non solo orientando i finanziamenti e aumentandoli, ma progettando e costruendo servizi nuovi e diversi. In questo senso chiediamo di aprire u confronto in area vasta con le parti sociali, gli ATS e l’ASUR, allo scopo di fare una adeguata ricognizione dei bisogni e delle strutture esistenti.

Occorre finanziare adeguatamente il sistema della prevenzione, con particolare attenzione alla salute e sicurezza dei luoghi di lavoro, oggi fortemente sottodimensionato (spesa regionale 2015 al 3,4% invece che al 5%, in riduzione rispetto al 2013, – 0,3%).

E’ assolutamente necessario potenziare l’assistenza domiciliare, rafforzando i percorsi di dimissioni protette, per non lasciare sole le famiglie, così come è necessario e non più rinviabile potenziare le strutture distrettuali, complessivamente intese, orientandole maggiormente alla prevenzione della salute e delle diverse forme di disagio.

Anche su questo chiediamo di aprire un adeguato confronto fatto di messa a disposizione di informazioni e di finanziamenti adeguati.
Respingiamo al mittente una discussione sula sede amministrativa dell’Area Vasta così come è stata approcciata sin qui: privilegiamo, piuttosto, una riflessione approfondita sull’organizzazione del lavoro, sulle carenze di organico, sul ruolo fondamentale che hanno i processi e i servizi amministrativi per un buon funzionamento del servizio sanitario.

Anche questa parte di discussione e di confronto ad oggi ci è negata. Nonostante il budget dell’Azienda Ospedaliera Marche Nord sia oggettivamente aumentato negli ultimi due anni, permangono notevoli criticità sugli organici, ampiamente sottodimensionati anche rispetto ai cambiamenti organizzativi intervenuti, nonché tutte le difficoltà oggettive e i maggiori costi insiti nell’avere un Ospedale organizzato su tre presidi.

La missione dell’Azienda Ospedaliera, quale punto di riferimento fondamentale per l’intera comunità provinciale e non solo, appare ancora confusa e appesa ad un destino poco chiaro.

Manca completamente un confronto aperto e trasparente su tutto quanto sopra sinteticamente evidenziato, un confronto che possa coinvolgere le rappresentanze sociali confederali e le rappresentanze degli operatori, un confronto che comunque, nel passato, ha sempre garantito, anche in assenza di risorse e di tagli lineari nazionali, la possibilità di trovare soluzioni almeno per non creare disagi ai pazienti e consentire agli operatori di lavorare in sicurezza.

Quello che appare oggi, al contrario, è un servizio sanitario in area vasta sottoposto a tagli, tensioni, cambiamenti non condivisi, 10 passi indietro e mezzo
passo avanti, senza alcuna chiarezza sul futuro che solo atti aziendali e una programmazione chiara e condivisa potrebbero offrire.
E’ così che si attraggono i migliori professionisti, è così che gli operatori possono lavorare in condizioni di tranquillità, in sicurezza, cogliendo tutti gli spazi di crescita professionale nelle innovazioni possibili, è così che si possono dare risposte adeguate ai bisogni di salute della nostra comunità.


 

Corriere Adriatico

 


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