Il sindacato pensionati Cgil a tutto “Spid”

A Fano un nuovo servizio di assistenza e consulenza per i pensionati sull’attivazione del Sistema pubblico di identità digitale

FANO – Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia è che non torneremo indietro rispetto l’utilizzo della tecnologia. L’isolamento imposto dal Covid è difficile per tutti, e in questo periodo molti anziani sono riusciti a rimanere in contatto con il mondo esterno, proprio grazie all’uso degli strumenti tecnologici e informatici che si sono rivelati di grande aiuto.

Tuttavia, non tutti gli anziani sono uguali e le nuove tecnologie, dagli smartphone ai social media, non per tutti sono di facile utilizzo.

Per rispondere alle esigenze di chi non ha molta dimestichezza con le nuove tecnologie, il Sindacato pensionati Cgil di Fano, il lunedì e il martedì mattina, presso la sede della Cgil, dalle 9:00 alle 12, offrirà assistenza e consulenza per l’attivazione dello “Spid” (Sistema pubblico di identità digitale) che è uno strumento ormai indispensabile per poter accedere ai vari servizi della pubblica amministrazione come Inps, servizi sociali, servizi anagrafe.

Collegati allo “Spid”, ci sono altri servizi che il sindacato sarà in grado di offrire come ad esempio poter accedere al “Cashback” (il sistema di rimborso per le spese effettuate attraverso l’utilizzo di carta di credito o bancomat), per il quale è necessario scaricare l’applicazione “IO”, ma anche in questo caso occorre effettuare l’attivazione tramite Spid.

“Il nuovo servizio offerto dallo Spi Cgil – spiega la Segretaria generale provinciale Loredana Longhin – vuole rispondere a nuovi bisogni e fare i conti con una realtà del vivere quotidiano che la pandemia, nei fatti, ha già cambiato. Per noi è importante che anche i pensionati possano beneficiare dei vantaggi offerti dalla tecnologia e pertanto abbiamo pensato di dare vita a questo nuovo servizio in grado di offrire una tutela globale alle esigenze degli anziani, per non lasciare indietro nessuno a partire proprio dalle persone più deboli”.

Spi Cgil Fano: la lezione del Covid

Fano, 5 gennaio 2021 – “Gli anziani sono state le ‘prime’ vittime del Covid ma al di là delle loro fragilità continuano a rappresentare una risorsa per tutti, figli e nipoti in testa.
Gli anziani nella nostra provincia sono sempre più numerosi, ed è per questo che la politica, sia locale che nazionale, deve mettere in campo tutte le iniziative necessarie per tutelarli e assisterli.
La pandemia ci ha dimostrato chiaramente che non abbiamo ancora preso coscienza di quanto siano cambiati i tempi, con una inversione demografica che non può più essere ignorata.
Questo radicale cambiamento – continua la Lega Spi di Fano– porta con sé la necessità di modificare le politiche di welfare a partire da quelle sociosanitarie e familiari.
Servono insomma politiche sociali e sociosanitarie dedicate agli anziani perché possano trascorrere l’ultimo periodo della loro vita in serenità e servono politiche familiari e per i giovani per scolpire il prossimo futuro. Non è solo un problema che riguarda gli anziani, ma di un modello di vita sociale che è arrivato al punto limite.
La pandemia da Covid-19 ci ha insegnato due cose: abbiamo pagato cari i 37 miliardi che l’Italia in 10 anni ha disinvestito dal settore sanitario (con un -48% su strutture, attrezzi e macchinari e un -5,3% sul personale), e abbiamo avuto la conferma del ruolo centrale dell’assistenza territoriale. L’aver sguarnito i territori è stato un grave errore e il prezzo che si è pagato è stato molto alto.
La rinascita deve ripartire da lì perché innovazione e resilienza nascono dai territori.
La sanità, la scuola, l’assistenza sociale, la mobilità sostenibile, l’infrastrutturazione digitale sono ambiti in cui investire per promuovere la nascita di attività che corrispondano meglio ai nuovi bisogni delle persone e del territorio, per questo è necessario rilanciare un nuovo welfare.
I bisogni sociali emergenti impongono alla politica di dare risposte più concrete e coerenti a partire dall’utilizzo delle risorse del Mes.

“Abbiamo bisogno di investire di più nella filiera territoriale, di cancellare le liste di attesa per evitare di rivolgersi alla sanità privata, con assunzione di personale, che faccia funzionare a pieno ritmo i macchinari per la diagnostica, sui quali continuare gli investimenti ampliando, nel contempo, le fasce di apertura degli ambulatori. Ma non solo, è necessario realizzare i poliambulatori territoriali in rapporto con le Unità Speciali di Continuità assistenziale a domicilio. Il sindacato dei pensionati apprezza l’introduzione delle Usca, un servizio nuovo, certamente da mantenere anche dopo l’emergenza.
Da ultimo ma non meno importante bisogna rimettere mano al sistema di case di riposo che ha dimostrato in questo periodo tutte le criticità e debolezze. E infine rendere strutturali gli investimenti per l’invecchiamento attivo.
Serve da subito un cambio di passo nelle politiche sociosanitarie, e lo screening di massa che partirà venerdì è il primo banco di prova.
Lo Spi di Fano valuta positivamente l’organizzazione generale messa in atto e la tempistica prevista per lo svolgimento dei test; pur tuttavia richiediamo che venga istituito un percorso “preferenziale”, e nel rispetto della sicurezza, per le persone anziane, quelle affette da disabilità, e più in generale per le fasce più deboli della popolazione. In tal modo si darebbe un aiuto concreto alle persone più esposte al rischio del contagio e alla sua pericolosità”.

Cosa sta succedendo a Santa Colomba?

Ancora contagi nelle Rsa/L’intervento dei sindacati Spi Fnp e Uilp

PESARO, 10 dicembre 2020, – “I nostri nonni, i nostri genitori, continuano ad ammalarsi nella Rsa, lontani dall’abbraccio e dall’affetto dei propri cari. Una tragedia immane e che non può lasciarci inermi – scrivono SPI – CGIL, FNP – CISL e UILP Pesaro e Urbino.

“A distanza di soli pochi mesi dallo tsunami che ha travolto Santa Colomba durante la prima fase della pandemia, per i numerosi contagi che si erano verificati all’interno, oggi nuovamente sono balzati agli onori della cronaca i contagi e i ricoveri per Covid a casa Roverella”.

“Questa volta non doveva succedere – scrivono all’unanimità le organizzazioni sindacali – errare è umano perseverare è diabolico”.

“E’ passato poco più di un mese – scrivono Loredana Longhin (Spi Cgil) Vittorio Calisini (Fnp Cisl) e Paolo Sacchi (Uilp) – da quando abbiamo chiesto insieme all’Asur, all’Area Vasta e agli Ambiti di approfondire la situazione dell’assistenza agli anziani non autosufficienti ospiti delle strutture residenziali extra-ospedaliere sanitarie e socio sanitarie. In particolare, oltre che conoscere i dati generali riguardo il contagio, è per noi necessario verificare lo stato di attuazione delle procedure e dei percorsi finalizzati alla prevenzione e alla gestione dei contagi da Covid-19 all’interno delle strutture.

A oggi tuttavia, a fronte di nessuna risposta, apprendiamo con dispiacere che all’interno di Casa Roverella i contagi sono ripresi, così come qualche settimana fa è successo a Cantiano. La recrudescenza del virus sta dimostrando ancora una volta che l’organizzazione dentro le Rsa ha delle falle che ancora non sono state colmate”.

“Chiediamo chiarezza – aggiungono – per evitare che gli errori del passato non si ripetano più. Pretendiamo risposte concrete e non ammettiamo più ritardi e indugi.

Non basta isolare i pazienti affetti dal Covid, è necessario rivedere le norme, fare un confronto di autorizzazione e convenzionamento delle strutture, ma non solo, serve più personale, più assistenti, più infermieri, più medici, e infine più formazione del personale e maggiore attenzione nella fase di verifica.

Ribadiamo con forza la necessità di mettere in trasparenza quanto sta avvenendo dentro alle Rsa della nostra provincia. Le vicende che hanno attraversato in questi mesi le Rsa devono essere l’occasione per riflettere su quali investimenti saranno necessari per qualificare e modernizzare questi fondamentali servizi.

Finora, non si è fatto abbastanza, e quanto sta succedendo lo dice chiaramente. Fare qualcosa di più è senz’altro possibile. In questa situazione di distanziamento forzato e di separazione; gli anziani fragili soffrono ancora di più e si ammalano di più. Dobbiamo sperimentare nuove pratiche, gli esempi di strutture che hanno trovato modalità originali per far incontrare e abbracciare gli anziani, ci sono ma altrove, e lo vogliamo sperimentare anche qui. Come organizzazioni sindacali abbiamo fatto presente le nostre proposte, ma ahinoi, all’oggi ancora sono rimaste lettera morta.

Il paese è rappresentato da oltre un terzo di persone anziane e il sistema di protezione sociale e di welfare deve adattarsi a quella condizione, per cui abbiamo bisogno di un diverso sistema sociosanitario universale. perché è chiaro che gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo. E’ necessario guardare l’invecchiamento come un’opportunità sociale e noi dovremmo guardarlo ancora più attentamente per capire quanto sia importante riportare nel territorio il sistema sanitario come sistema integrato.

Ci piacerebbe discutere tutto ciò nei luoghi deputati e ribadiamo la richiesta di un confronto, non escludendo di chiedere un supporto al Prefetto”.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2020

Oggi ci siamo ritrovate perché è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita nel dicembre 1999 dalle Nazioni Unite; in questa data è avvenuto l’omicidio delle sorelle Mirdal perpetrato nella Repubblica Domenicana.
Ovunque si svolgono iniziative di mobilitazione e denuncia dato che negli anni questa data ha assunto un rilievo crescente perché non soltanto contrastare la violenza verso le donne è una questione di civiltà e rispetto dei diritti umani (art 2 della Costituzione), ma è una grande questione trasversale, (come si ricava dalle indagini e dai rapporti istituzionali) , comune a tutte le classi sociali, livelli di istruzione e professioni. E’ da aggiungere che la questione riguarda direttamente le donne anziane e pensionate, considerando che il 30% delle donne uccise ha più di 64 anni. inoltre verso le donne anziane viene rivolta violenza non solo riferita a comportamenti aggressivi, ma a vere e proprie violenze psichiche, finalizzate a condizionare le loro scelte, a manipolare le informazioni e ad accelerare la perdita di autonomia con conseguente violazione dei diritti, furto di denaro, estorsione di notizie. I pochi dati che indicano la percezione di tale fenomeno evidenziano una realtà inquietante, in quanto le destinatarie/i di maltrattamenti e umiliazioni fisiche e morali sono persone fragili, malate, non autosufficienti, quindi maggiormente indifese-tanto che insieme a quella verso i disabili, le persone di diverso orientamento sessuale o quello di etnie diverse, -tale violenza può configurarsi come una discriminazione nella discriminazione …
Di fronte al moltiplicarsi di intimidazioni percosse, stupri, omicidi nei confronti delle donne si ricava che è più che mai necessario un lavoro culturale di coscienza che superi definitivamente la cultura che subordina le donne agli uomini.
Quest’ anno la giornata si svolge in tempi di pandemia per cui abbiamo deciso far scorrere, avrete notato, le immagini di donne che si prendono CURA, le eroine che hanno suscitato stupefatta ammirazione in MILO MANARA, pittore, scultore , fumettista che ha debuttato con le storie erotico-poliziesche di Jolanda D’Almaviva , ha disegnato per il Corriere dei ragazzi,, disegnato la raccolta “un fascio di bombe”, sulla strategia della tensione, e nel luglio 2020 ha pubblicato questi acquarelli dal titolo LOCKDOWN HEROES, che è un’opera d’arte e insieme frutto di impegno civile, oltrechè la testimonianza di un momento tragico della nostra storia.
Di fronte alla catastrofe l’artista si chiede angosciato cosa può fare, lavorare gli è impossibile, ma vuole essere utile in qualche modo; è colpito dal fatto che la prima a diagnosticare la presenza del virus sia stata una dottoressa e le prime ad isolarlo due ricercatrici… ma è stupefatto sopratutto dalla forza e dall’attivismo delle donne dalle infermiere , dalle operatrici sanitarie alle vigilesse, dalle cassiere alle dottoresse, alle donne delle pulizie, alle lavoratrici agricole, le lavoratrici tutte insomma, provate a volte esauste, come quelle che abbiamo visto nella foto che ha fatto il giro della rete,: lavoravano in corsie che si riempivano sempre più di malati gravi da curare in strutture insufficienti, ma restavano al proprio posto a “prendersi cura”, pur consapevoli del rischio che correvano. Decide pertanto di omaggiare con i suoi disegni, si era vicini all’8 marzo, la forza, il coraggio delle donne tutte che hanno saputo spendersi cosi generosamente….. così, dopo 50 anni passati a celebrare la bellezza e la seduzione delle donne, ha sentito impellente il dovere di celebrare anche altre loro virtù per ringraziarle e lasciare memoria di questa loro grandezza. Il ricavato del libro andrà a supportare vari ospedali,Sacco di MILANO, il POLICLINICO di Padova e il Cotugno di NAPOLI…….
Dunque le donne hanno svolto un lavoro essenziale e anche se dal virus sono stati contagiati di più gli uomini in proporzione la mortalità è stata maggiore tra le donne di ben 10 punti nella fascia dì età 20-50 anni.
La PANDEMIA ha svelato la fragilità di un sistema sanitario depotenziato da anni di tagli sconsiderati, spogliato di contenuti universalistici sottratti in favore di profitti, privato di presidi territoriali…..anche l’economia ha evidenziato le contraddizioni del nostro sistema ESASPERATO da una normalità fatta di divisioni, disuguaglianze strutturali, privilegi, di emarginazione ed ha insieme acuito le tensioni che attraversano un sistema produttivo basato sullo sfruttamento delle persone e dell’ecosistema che potrebbe aprire le porte ad una crisi economica e climatica senza precedenti e alla stessa tenuta democratica del ns paese.
Già da anni le donne hanno pagato queste scelte più di altri soggetti sociali nel lavoro nel welfare nella società, ora sono state sottoposte, si può dire, ad una doppia tenaglia: i settori essenziali di lavoro femminilizzato vivono le conseguenze del contagio, i settori in quarantena più colpiti, i cosiddetti lavori non -essenziali, nel campo del turismo, della ristorazione, dei servizi, con la chiusura, hanno subito il crollo della domanda, la cassa integrazione, la precarietà ed è cresciuta conseguentemente la disoccupazione, la riduzione del reddito che ha penalizzato sopratutto le donne. Inoltre c’è stato un sovraccarico familiare nel tempo febbraio- maggio che ha esasperato una quotidianità già difficile dato che la casa “idealizzata come spazio protetto” spesso non lo è, e il lavoro, con lo smart working presentato come la soluzione più semplice di fronte al blocco degli spostamenti, per molte si è trasformato in una chiamata alla flessibilità e alla disponibilità costante all’impegno che ha invaso spazi e orari della vita personale…. la casa si è rivelata un luogo difficile da vivere e le voci delle donne non sempre sono state più forti della minacce, dato che il covid non ha fermato la pandemia della violenza e le denunce sono state molte di più rispetto allo scorso anno. Due i femminicidi solo tra ieri sera e stamattina.
Da ciò si ricava che la pandemia non solo ha generato nuove criticità, ma ha radicalizzato quelle che già esistevano.
Ovunque si svolgono iniziative di mobilitazione e denuncia: lottare contro la violenza nei confronti delle donne ha assunto un enorme rilievo perché non soltanto è una questione di civiltà e rispetto, ma è una grande questione sociale trasversale, come si ricava dalle indagini e dai rapporti istituzionali, questione comune a tutte le classi sociali, livello di istruzione e professione. Così di fronte al moltiplicarsi di intimidazioni, percosse, stupri, omicidi, nonostante ci sia una crescente sensibilità della gravità del fenomeno, nonostante la MOBILITAZIONE di associazioni femministe e di recente anche maschili per contrastare ogni forma di violenza di genere ( anche attraverso una riflessione critica condivisa sull’immaginario culturale maschile che a lungo ha supportato e talvolta giustificato questa violenza), il numero dei FEMMINICIDI è costante pur in presenza di una complessiva diminuzione degli omicidi (rapporto sulla criminalità in Italia Ministero degli Interni). Questi per il 77% dei casi avvengono in ambito familiare, è quindi più che mai necessario, oltre ad una legislazione adeguata a reprimere questi crimini, un lavoro di tipo culturale, “di coscienza”, che superi definitivamente la cultura che subordina le donne agli uomini.
Ma la violenza , le varie forme di violenza nei confronti delle donne vengono da lontano e sono una gravissima discriminazione dal punto di vista giuridico e pratico che deriva dalla disuguaglianza uomo – donna, radicata in profondità e molto difficile da sconfiggere. Già i filosofi dell’antichità avevano associato il concetto di uomo con ciò che è umano e opera nell’ambito pubblico così, trascendendo la sua natura animale, l’uomo ha prodotto la storia umana: come cittadino ha istituito il governo e la legge, come guerriero ha protetto la comunità, come artista o filosofo ha superato l’umana mortalità. La donna, al contrario, nel privato, si è limitata a riprodurre la vita, svolgendo un compito naturale, biologico, non umano, quindi privo di valore morale, perciò Aristotele, più di 2000 anni fa, è stato il capostipite nel definire il ruolo delle donne, relegandole alla subalternità.
E dopo di lui tanti altri grandi filosofi hanno rafforzato questa rappresentazione per cui, semplificando grossolanamente, quando le donne provano ad acquisire autonomia ed autodeterminazione sono vittime di violenza. Ci sono state donne grandissime nel corso della storia, ma erano eccezioni che non potevano avere un seguito, poi, con un gran balzo, arriviamo alle suffragette vestite simbolicamente di bianco , da cui tutte le donne che riescono a raggiungere posizioni prestigiose , quando arrivano a quel ruolo, si vestono di bianco, anche K. Harris lo ha fatto…. Le donne, le femministe degli anni ‘60, NOI insomma, abbiamo cominciato a contrastare culturalmente il patriarcato notando che nei secoli si era trasformato da quello Paterno dell’Europa feudale a quello Coniugale della società capitalistica del XIX secolo ottenendo importanti risultati come la riforma del DIRITTO di FAMIGLIA ,nel 1975, con cui si è superata l’idea di patria potestà e introdotto il concetto di uguaglianza i coniugi, molto in ritardo rispetto ala Costituzione del ‘48. Oggi possiamo individuare un paternalismo pubblico, cioè un meccanismo sociale di controllo dell’ordinamento dello Stato e dell’influenza dei mass media. Nella società contemporanea i MASS MEDIA, attraverso il linguaggio, il pensiero che veicolano , l modi d’agire e la pubblicità, perpetuano la subordinazione femminile in maniera subdola, attraverso gli stereotipi. Un es. dall’attualità che non potrebbe essere più emblematico : eravamo incoraggiate e soddisfatte per l’elezione di Biden e soprattutto della sua vice Kamala Harris, quando siamo state investite violentemente dal ciclone del post del prof. Marco Bassani dell Università Statale di Milano…. Quindi la parola chiave è LAVORO CULTURALE, è EDUCAZIONE…on INTERVENTI integrati che producono risultati come si è visto con la legge CODICE ROSSO che è in vigore da un anno. Riguardo all’educazione ben vengano libri pubblicati dalla casa editrice Settenote che tenta di contrastare già nei bambini e nelle bambine quell’immaginario che vuole maschi e femmine incasellati in ruoli stereotipati che possono poi produrre atteggiamenti che all’inizio possono sembrare anche poco significativi, ma che, se non riconosciuti e indirizzati in tempo, possono diventare indicatori discriminanti di genere che potrebbero evolversi e tradursi in veri e propri comportamenti violenti. Si chiama Settenote perché il 1979 è stato un anno importante per le donne per l’approvazione del Cedow, la convenzione ONU sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei cfr delle donne.
La casa editrice pubblica tutti i generi letterari, dai saggi al romanzo, al libro per ragazzi, 8 titoli l’anno che non sono solo di denuncia, ma anche di esempio per scardinare gli stereotipi e snidare atteggiamenti di sopraffazione già radicati nei bambini, come ha dimostrato la videoinchiesta realizzata nelle scuole primarie da Alessandra Ghimenti dal titolo” il cielo è sempre più blu”. Occorrono, ripeto, interventi radicali, adeguatamente finanziati, quali il protocollo messo in atto dalla deputata laburista Patricia Scotland che è riuscita in pochi anni a ridurre i femminicidi nella sola Londra da 49 a 5.
Molti pensano che la violenza faccia parte dell’uomo, si, ma di un uomo che non ha ancora conquistato la libertà che, non dimentichiamolo, non è uno stato di natura, ma si conquista attraverso la conoscenza…. Il mondo della nostra attualità si è allontanato parecchio dalla conoscenza (ultimi in Europa per numero di laureati) e i termini della cultura vigente evidenziano RAZZISMO, OMOFOBIA, SESSISMO : siamo immersi in un diluvio di parole, in una bulimia verbale, a volte in un turpiloquio che eccita, sobilla, aizza…..basta vedere certa TV ; la sostanza di tali parole può essere considerata tossica come ci ha spiegato Priulla perchè esse instaurano un rapporto prima col pensiero e poi con l’azione che vanno a produrre il contesto nel quale siamo immersi…così siccome le parole generano la sostanza del mondo, ci troviamo, appunto, in un mondo pervaso di violenza ormai legittimata. Già durante i governi Berlusconi, che ha il grande demerito di avere svuotato le istituzioni della loro essenza, c’è stato un grave arretramento culturale e uno svilimento nella rappresentazione delle donne sopratutto attraverso il linguaggio , azzerando quasi i risultati del livello di autonomia raggiunto dalle donne negli anni ‘70 ( conquiste che sono arrivati poco alle generazioni giovani,) e si sono ancora di più consolidati gli stereotipi esistenti da sempre…
Ma sono sopratutto i dati sulla rilevazione statistica degli stereotipi di cui ci diranno meglio le prossime relatrici, sui ruoli di genere e sull’indagine sociale della violenza realizzata dall’ISTAT e diffusa l’anno scorso, 26 novembre, che ci devono far riflettere : dati che ricaviamo : il 7,4% degli Italiani ritiene accettabile che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto,(naturalmente dato a lei..). il 17,7% ritengono accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare o l’attività sui social della sua moglie o compagna, per il 39,3 della popolazione ritiene che ogni donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se lo vuole, il 24% che a provocare la violenza sessuale è il modo di lei di vestire, il 15,6% che la donna subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe….quindi perché scagliarsi più di tanto contro “ il cervellone imprenditore “ Genovese, dato che da qualche anno è dedito alla cocaina? Anzi”è lei che è stata ingenua e se l’è cercata”… come ha ignobilmente scritto V. Feltri…. inoltre per l’11% le cause intentate da chi ha subito violenza sono false, il 12,7% degli uomini e il 9% delle donne ritengono che di fronte ad una proposta sessuale spesso dicono NO ma in realtà intendono SI, per il 7% infine le “donne serie” non vengono violentate. Quindi realtà che configura rapporto di coppia in termini di controllo e non di fiducia e condivisione, il peso di miti, di certe radicate tradizioni per troppo tempo considerate un valore positivo anziché un evidente disvalore, violenza di genere invisibile, ma quasi giustificabile perché coincideva con valori insopprimibili di un immaginario patriarcale…proseguiamo con le CAUSE…. per il 63,7 causa della violenza sono le esperienze violente vissute in famiglia, per il 63% gli uomini sono violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile e il 34,8% associa la violenza a motivi religiosi, e ancora.. i MOTIVI SCATENANTI per il 77,7% le donne continuano ad essere considerate oggetto di proprietà, e chi si sottrae alla volontà di essere controllato nei minimi dettagli della propria vita, merita la punizione,… per il 75% all’abuso di droghe e alcool, per il 75% al bisogno di sentirsi superiori, per il 70% dipende dalla difficoltà degli uomini a gestire la rabbia….per quanto riguarda i RIMEDI per il 65% occorre denunciare, per il 32,2% interrompere la relazione, per il 21% rivolgersi ai centri antiviolenza, per il 18,2% verso i servizi pubblici o professionisti privati …..Concludendo il 58,8 ( senza differenza tra uomini e donne tra i 18 e i 74 anni) si ritrova negli stereotipi di genere e il fenomeno aumenta con il crescere dell’età. Anche questi dati dimostrano che la violenza di genere è una questione culturale e non una psicopatologia sociale.
Mi è capitato, navigando in rete, di imbattermi negli Atti di un Seminario svoltosi al Ministero dell’ lnterno che esaminava il profilo dell’autore di violenza dal punto di vista psicologico, clinico, giuridico e criminologo, naturalmente alcune relazioni si soffermavano sul cambiamento della nostra società da agricola e fortemente gerarchizzata in una industriale e post- industriale con un cambiamento della pratica e del confine delle relazioni sociali : questo ha portato un cambiamento nel quadro economico, politico, giuridico ( riguardo a quest’ultimo ricordo solo che fino al 1956 era in vita lo” jus corrigendi “ il potere correttivo del pater familias che comprendeva anche l’uso della forza) e che solo nel 1996 lo STUPRO è passato da reato contro la MORALE a reato contro la PERSONA . Tali cambiamenti, dicevo, sono stati resi necessari per tenere il passo con l’evoluzione dello stile di vita dell’uomo e della donna ma, nonostante oggi quelle leggi non esistano più, sopravvive l’immaginario che le alimentava…per questo inasprire le pene non basta, ma c è necessario aggiungere azioni sociali e culturali sopratutto con la più recente percezione del ruolo, dei compiti e delle responsabilità di ciascun individuo in funzione dello status, del livello di cultura e del sesso…il cambiamento non ha portato solo benessere e salute….ma anche prodotto nell’uomo squilibrio, insicurezza, inadeguatezza, frustrazione con la conseguente caduta di punti di riferimento etici e culturali : l’uomo e la donna si trovano a ricoprire ruoli una volta solo appannaggio del sesso maschile in famiglia, nel lavoro, nell’intera struttura sociale. La sovrapposizione dei ruoli coerente e sacrosanta con l’affermarsi delle pari opportunità , non è stata ancora recepita nella coscienza dei singoli e delle Comunità per cui la sovrapposizione viene VISSUTA come una contrapposizione e provoca un disagio che po’ trasformarsi in un vero e proprio conflitto. Le persone più reattive emotivamente e con un vissuto difficile possono percepire con frequenza la sensazione di essere minacciate ed attivano il sistema di attaccamento, di ansia, di paura e, per regolare i loro stati emotivi, sono portati o ad evitare gli altri o a chiedere frequentemente aiuto per recuperare una sensazione di sicurezza. Quando però questi stratagemmi non funzionano ecco che la prevaricazione, il sopruso, la violenza sembrano le risposte più naturali ai- disagi-individuali – spesso sostenuti dai mezzi di comunicazione più diffusi che indugiano sulla gelosia, il raptus, il troppo amore , mentre sempre ciò che arma la mano del violento è l’irrazionale desiderio di possesso a tutti i costi all’interno di relazioni asimmetriche….e atteggiamenti finalizzati a prevaricare ed affermare il proprio potere sull’altro si diffondono così sempre di più..(giornali derubricano a fatti di cronaca)…Da ciò il rinfocolarsi del NONNISMO nel mondo militare, del MOBBING nel mondo del lavoro, del BULLISMO in quello adolescenziale, il SESSISMO…allora non è solo l’amore malato o il momento di follia, ma è tutto molto più complesso da capire…..
Si sa che il matrimonio e la convivenza, con il lavoro, sono gli elementi centrali dell’essere umano e impattano sull’equilibrio psicofisico, sulla qualità della vita e sullo stato sociale per cui hanno molte valenze di significato e possono essere fonti di grandi soddisfazioni ma anche di cocenti delusioni e difficoltà….. ed ecco che verso milioni di donne nel mondo vengono rivolte varie forme di violenza da parte di uomini che non si arrendono alla perdita di dominio sulla moglie e i figli,..di qui la violenza psicologica sessuale, economica , assistita (quest ultima ancora non sufficientemente emersa nella sua gravità, c’è un ottimo docufilm “chi raccoglie la mia sofferenza?” di Iclar Bolzain) si manifesta sul nesso tra violenza e salute e ogni giorno viene agita prevalentemente come violenza dell’uomo sulla donna, sui minori, sugli anziani… c’è un grande lavoro da fare perché dal profilo che emerge dell’autore di violenza si evidenzia come l’assenza, la separazione,l’abbandono, il rifiuto, la perdita non elaborata adeguatamente sono le matrici principali dei modelli relazionali violenti e di personalità dipendenti che si tramandano anche a livello generazionale. C’è poi da dire che la perdita di qualcuno non è solo di questo ma anche di se stesso, infatti molto spesso ,dopo aver compiuto la violenza, chi l’ha agita si suicida…ma il problema rimane “come prevenire il reato” che non è una faccenda privata, ma riguarda l’intera Comunità : dalle famiglie ai centri accoglienza ai percorsi da predisporre, alle forze dell’ordine, ai tribunali. l’AIPC è un’ ASSOCIAZIONE ITALIANA di PSICOLOGIA e CRIMINOLOGIA che applica dal 2001 il proprio protocollo PREVENTIVO-RIPARATIVO che si è rivelato efficace nel 70% dei casi. Collabora con vari Atenei tra cui l’università di URBINO, con le Forze dell’ordine e con le Carceri. Il problema è tanto diffuso che riguarda l’intera Comunità ed è essa stessa che deve impegnarsi a ricucire la ferita (e qui sarebbe interessante accennare almeno un po’ all’etica della CURA), ponendo l’attenzione su 3 Elementi Cardine: l’AUTORE del reato che deve essere responsabilizzato su ciò che ha fatto e sulla pena che gli viene impartita creando un percorso che riguardi il suo vissuto e la conoscenza dei suoi aspetti emotivi per rielaborarli ; la VITTIMA intesa come singola individualità che deve essere pesa in carico e SOSTENUTA in tutti i modi (e risarcita) , ma anche la COMUNITà perché il senso di coesione peggiora, si deteriora per ogni reato che si commette…. è la COMUNITA’ che deve riappropriarsi della situazione che ha generato il reato per abbattere i possibili fattori di recidiva e qui ognuno può avere un ruolo attivo.
E allora noi oltrechè individualmente, come SPI che ruolo possiamo avere? Partendo dalla creazione di una rete contro la violenza coinvolgendo le donne della CGIL e dell’AUSER le associazioni presenti nel territorio, le Commissioni pari opportunità, la rete nazionale Centri donna, per uno scambio di esperienze atte ca capire l’evoluzione del fenomeno e le strategie per contrastarlo. Con la nostra contrattazione territoriale dovremmo riuscire a intravvedere una nuova frontiera di welfare nel quale svolgere un ruolo attivo di cittadini non di sudditi, non di consumatori, né di ospiti ma di richiedenti una frontiera di cittadinanza adeguata alla soluzione dei problemi nuovi e antichi. Ad es. controllare attraverso la lettura dei bilanci che le risorse dedicate alla soddisfazione dei diritti ,in primis quelli delle donne che poi ricadono sull’intera società, abbiano esecuzione, COME CONTROLLARE CHE VENGANO SPESI I FONDI PER LE POLITICHE RELATIVE AI DIRITTI E ALLE PARI OPPORTUNITA’. Sappiamo di un fondo partito nel 2006 nel quale confluirono 3 milioni di euro incrementato negli anni seguenti fino ad arrivare ad una quota di 50 milioni e di cui una parte della quota doveva essere destinata per un piano d’azione nazionale e una parte per un osservatorio nazionale..beh da quello che ho trovato pare che ne siano stati spesi appena un decimo per campagne di sensibilizzazione sullo stalking e per finanziare il centralino antiviolenza 1522 e gli altri ? La campagna “aprite quelle porte” è stata finanziata dalla CGIL… e poi vigilare continuamente contro l’illegalità …. violenza è anche illegalità e LEGALITA’ oggi vuol dire partecipazione, sostegno all’antimafia sociale volta a far rinascere le città. Lo SPI da tempo collabora con Libera attraverso i campi antimafia,…. sostenere la legalità vuol dire spendersi per la città, per l’Urbs, come dicevano i Latini, in grado di ospitare la comunità sana e far fronte ai suoi bisogni, un luogo fisico abitabile dove possano nascere relazioni politiche, sociali, economiche, una Civitas insomma per prevenire i disagi da cui nasce spesso la violenza anche attraverso le infiltrazioni malavitose. Occorre aggiungere la rivalutazione del lavoro che deve essere preso in CURA anch’esso come punto di riferimento dell’organizzazione sociale, vero generatore di Libertà.

Contagi nella Rsa di Cantiano: certi errori non dovevano ripetersi

PESARO, 20 novembre 2020 – Lo Spi Cgil Pesaro e Urbino interviene sul caso dei contagi da covid nella Rsa di Cantiano.

“Questa notizia – scrive – ci fa precipitare dolorosamente nella drammatica situazione della prima ondata della pandemia. Tutti gli osservatori ci avevano avvisato che con l’approssimarsi dell’inverno ci sarebbe stato un riacutizzarsi del contagio e per scongiurare che accadesse di nuovo avevamo chiesto una nuova organizzazione del sistema di prevenzione, assistenza e cura per evitare i tragici errori del passato che sono costati la vita a molti anziani.

Ciò che è successo con il Covid, non si sarebbe dovuto più ripetere, e abbiamo chiesto di rivedere l’intero sistema di assistenza, cura e prevenzione nelle strutture per gli anziani, che sono le persone più fragili”.

Loredana Longhin, segretaria generale Spi Cgil provinciale aggiunge: “Già nelle settimane scorse, abbiamo chiesto (insieme a FNP Cisl e UILP) all’Asur , a Area Vasta 1 e agli Ambiti sociali territoriali di approfondire la situazione dell’assistenza agli anziani non autosufficienti ospiti delle strutture residenziali extra-ospedaliere sanitarie e socio sanitarie. In particolare, oltre che conoscere i dati generali riguardo il contagio, è per noi necessario verificare lo stato di attuazione delle procedure e dei percorsi finalizzati alla prevenzione e alla gestione dei contagi da Covid-19 all’interno delle strutture. Chiediamo chiarezza per evitare che gli errori del passato si ripetano – conclude Loredana Longhin-. Non basta isolare i pazienti affetti dal Covid è necessario rivedere le norme di autorizzazione e convenzionamento delle strutture, ma non solo serve più personale, più assistenti, più infermieri, più medici, e infine più formazione del personale”.

Finora per evitare il contagio le strutture Rsa hanno nuovamente interrotto tutte le visite parenti così come previsto dai DPCM e in questa situazione di distanziamento forzato e di separazione gli anziani fragili soffrono ancora di più e si ammalano di più. Dobbiamo sperimentare nuove pratiche – sostiene lo Spi – gli esempi di strutture che hanno trovato modalità originali per far abbracciare gli anziani, ci sono ma altrove. Fare qualcosa di più è possibile, e lo vogliamo fare anche qui. Lo Spi – Cgil su questo tema aveva suggerito alla Regione Marche alcune sperimentazioni, ma ad oggi ancora sono rimaste lettera morta.
Le vicende che hanno attraversato in questi mesi le Rsa devono essere l’occasione per riflettere su alcuni temi. Ci dice drammaticamente di un ripiegamento, di un cedimento dell’indirizzo e del controllo pubblico il cui ripristino non può assolutamente essere il ritorno al passato, e il nuovo non è una disputa tra pubblico e privato, bensì su quali investimenti saranno necessari per qualificare e modernizzare questi fondamentali servizi. Penso che senza indirizzo e investimenti pubblici avremo meno Rsa e poca innovazione e non possiamo più permettercelo perché è chiaro che gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo.

Il paese vive al suo interno una delle più grandi trasformazioni sociali mai avvenute: l’invecchiamento della popolazione. Il paese è rappresentato da oltre un terzo di persone anziane e il sistema di protezione sociale e di welfare deve adattarsi a quella condizione, per cui abbiamo bisogno di un diverso sistema sociosanitario universale. E anche guardare l’invecchiamento come un’opportunità sociale può essere una grande occasione. E noi dovremmo guardarlo ancora più attentamente per capire quanto sia importante riportare nel territorio il sistema sanitario come sistema integrato. Ci piacerebbe discutere tutto ciò nei luoghi deputati.

Loredana Longhin è la nuova segretaria generale Spi Cgil

PESARO, 6 novembre 2020 – L’Assemblea generale del sindacato pensionati della Cgil provinciale, ieri pomeriggio, ha eletto Loredana Longhin alla guida dello Spi Cgil Pesaro e Urbino, ruolo ricoperto per otto anni da Catia Rossetti.

Loredana Longhin vanta una lunga esperienza nella Cgil dove ha iniziato come responsabile di NidiL, uno dei primi uffici in Italia ad occuparsi di collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori interinali; poi ricopre l’incarico nella segreteria provinciale della Fillea (categoria del legno e edilizia).

Dal 2008 fa parte della segreteria confederale della Cgil di Pesaro, e dal 2014 ad oggi nella segreteria della Filcams. la categoria che si occupa di commercio e turismo.

“In un momento in cui gli anziani sono considerati soggetti non produttivi mentre alcuni economisti ne invocano l’isolamento e la reclusione coatta il rischio è che ciò provochi stress e depressione – ha detto Loredana Longhin – noi pensiamo che bisogna difendere gli anziani dal pericolo al quale sono esposti attraverso misure idonee a fornire l’assistenza di cui hanno bisogno.
La pandemia ha reso urgente la ridefinizione del sistema sanitario che va dalla sanità territoriale all’assistenza sociale.
La contrattazione sociale avrà una funzione strategica per la tutela degli anziani, per migliorarne le condizioni di reddito, la mobilità e la prevenzione”.

La Cgil ringrazia Catia Rossetti per l’ottimo lavoro svolto in questi anni ed esprime le proprie congratulazioni a Loredana Longhin per il nuovo incarico.

Quante sono le pensioni nella provincia di Pesaro e Urbino nel 2020

PESARO – I dati Inps elaborati dall’Ires Cgil Marche indicano che sono 119 mila le prestazioni pensionistiche e assistenziali attualmente erogate dall’INPS nella provincia di Pesaro Urbino, e di queste 60 mila sono le pensioni di vecchiaia (pari al 50,4% del totale), oltre 10 mila sono le pensioni di invalidità (8,9%), 23 mila le pensioni ai superstiti (19,1%), quasi 4 mila le pensioni/assegni sociali (3,2%) e 22 mila sono le prestazioni a invalidi civili (18,4%).
E’ quanto emerge dai dati dell’INPS sulle pensioni vigenti nel 2020 (escluse le gestioni dei lavoratori pubblici), elaborati dall’IRES CGIL Marche riguardanti la nostra provincia.

Dal 2016 il numero delle pensioni complessivamente erogate nella provincia è diminuito del 2,2%, pari a circa 2 mila prestazioni in meno.
Nello stesso periodo si è notevolmente innalzata l’età media dei percettori delle pensioni di vecchiaia. Ciò è particolarmente evidente per coloro che sono stati lavoratori dipendenti: i pensionati con meno di 65 anni di età sono appena l’11,9% del totale, mentre coloro che hanno oltre 80 anni sono passati dal in cinque anni dal 32% al 36,6%.

L’importo medio delle pensioni vigenti nella provincia di Pesaro Urbino è di 787 euro lordi, con valori medi che variano dai 1.056 euro delle pensioni di vecchiaia ai 417 euro delle pensioni e assegni sociali.
L’importo medio delle pensioni di vecchiaia nella provincia è il più alto delle Marche (45 euro mensili in più della media regionale) ma di molto inferiore a quello nazionale ( -168 euro lordi).
Significativa è la differenza tra uomini e donne relativamente all’importo della pensione di vecchiaia: se i primi percepiscono 1.317 euro lordi, le donne arrivano a 731 euro, pertanto queste ricevono mediamente 586 euro in meno ogni mese (-43,7% rispetto agli uomini).

Nella provincia di Pesaro Urbino 79 mila prestazioni pensionistiche, pari al 65,9% del totale, sono inferiori a 750 euro al mese: dunque, 2 pensionati su 3 percepiscono un importo che non consente loro di superare la soglia della povertà. Anche da questo punto di vista si confermano notevoli differenze di genere: gli uomini con pensioni fino a 750 euro sono il 46% del totale, mentre per le donne tale percentuale sale al 79,6%.

Domiciliarità, medicina del territorio, assistenza e una profonda riforma delle case di riposo

Covid/Intervento dello Spi Cgil su cosa serve agli anziani. Chiesto un tavolo di confronto

PESARO, 25 giugno 2020 – Il numero dei decessi nelle strutture per anziani riconducile al Covid-19 è ancora incerto e rappresenta certamente una ferita per tutto il nostro sistema sanitario di cura e protezione delle persone più fragili. Non sono reperibili dati ufficiali
Sono state aperte inchieste dalla magistratura ma non è ancora stata fatta piena luce su quanto accaduto, quali errori, quanti anziani hanno pagato il tributo più alto nei mesi dell’emergenza Covid.

Lo Spi Cgil Pesaro e Urbino, insieme ai pensionati di Cisl e Uil, dopo due video conferenze convocate dal Prefetto con i dirigenti dell’Area Vasta 1 del 23 aprile e 4 maggio scorsi hanno dichiarato:
«Noi non abbiamo dati ufficiali, ma riceviamo quotidianamente segnalazioni da parte di nostri iscritti, soprattutto familiari degli anziani, che ci descrivono scenari drammatici, con numeri di decessi di gran lunga superiori a quelli relativi ai periodi precedenti la pandemia Covid-19. In molti casi ci risulta che non si indaghi sulla ragione dei decessi: siamo certi che solo conoscendo i numeri reali dei decessi, rapportandoli al numero dei positivi, sintomatici e asintomatici, si potranno adottare misure che eviteranno il moltiplicarsi della diffusione del virus. Si potrà così prendere come esempi i pochi luoghi che per ora sembrano non abbiano rilevato alcun contagiato e che speriamo mantengano questo primato».
Oggi, a meno di due mesi lo Spi Cgil chiede chiarezza ma soprattutto la possibilità di aprire un tavolo per discutere di una riorganizzazione del sistema della residenzialità per anziani laddove non ha funzionato l’organizzazione e dove invece la gestione ha saputo mettere in atto misure che hanno evitato il contagio.
“Non ci piace essere considerati profeti di sventura – dichiara Catia Rossetti, segretaria generale Spi Cgil Pesaro e Urbino – ma tutti sanno che non si può escludere un riacutizzarsi del contagio e se ciò accadesse chiediamo fin da ora una nuova organizzazione del sistema di prevenzione, assistenza e cura per evitare i tragici errori del passato che sono costati la vita a molti anziani.
E’necessario analizzare cosa è davvero accaduto nelle residenze per anziani- scrive Catia Rossetti -, in particolare nelle 32 strutture della nostra provincia con parte di posti letto autorizzati e convenzionati per residenze protette, dove una parte della retta è coperta dal bilancio della sanità.
“Lo Spi Cgil – continua Catia Rossetti – insieme alle organizzazioni dei pensionati di Cisl e Uil è impegnato per un confronto sulle strutture, sulla organizzazione e la formazione del personale che lavora nelle strutture per anziani a partire dalla richiesta che facciano parte del sistema sanitario pubblico, con tutte le garanzie necessarie ad evitare il caos organizzativo e le responsabilità precise di cui chiediamo conto”.

“Chiediamo di conoscere numeri e procedure con chiarezza per evitare che gli errori del passato si ripetano – conclude Catia Rossetti -. Isolare i pazienti affetti dal Covid è fondamentale soprattutto nelle strutture per anziani che sono i soggetti più deboli e più a rischio, per questo è necessario rivedere le norme di autorizzazione e convenzionamento delle strutture, di spazi per isolare e curare i contagiati, e di formazione del personale. Serve più personale, più assistenti, più infermieri, più medici E’ inoltre indispensabile rafforzare i servizi sanitari nel territorio a partire da una migliore integrazione con i medici di base, da maggiori servizi ad anziani e non autosufficienti che vivono in casa, con supporto e assistenza costante a caregiver e a chi se ne prende cura quotidianamente.
Sono state adeguate ed efficaci le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale)? cosa ne sarà di queste nel futuro prossimo?”.

Primo Maggio tra Corona virus e caduta del PIL

“Sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia, il lavoro possa tornare come prima… Tra gli effetti dell’emergenza c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi alla luce delle esigenze della salute e della sostenibilità, di ripensare alle morti e agli infortuni sul lavoro, insomma è indispensabile far diventare il sistema della salute e del welfare uno dei motori di sviluppo dell’economia” Mariana Mazzucato

Fu la II Internazionale – Parigi 20 luglio 1889 – a scegliere il Primo Maggio quale giorno per celebrare la festa del lavoro. In quella occasione venne indetta una grande manifestazione per chiedere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Il giorno fu scelto per ricordare i gravi incidenti del maggio 1886 a Chicago, noti come rivolta di Haymarket. A metà ‘800 infatti i lavoratori, in particolare le lavoratrici, non avevano diritti: lavoravano anche sedici ore al giorno in pessime condizioni, rischiando la vita. Il primo maggio fu indetto dunque uno sciopero generale che culminò in una repressione nel sangue, con undici morti. Tale tragedia divenne il simbolo delle rivendicazioni operaie per avere diritti e condizioni di lavoro migliori.

In Italia la festività fu ratificata due anni dopo nel 1891. Durante il ventennio fascista la celebrazione fu anticipata al 21 aprile in coincidenza col cosiddetto “Natale di Roma”.

Nel 1955 Pio XII istituì la festa di S. Giuseppe lavoratore, perché l’occasione potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici. Infine a testimonianza di come non si sia mai capito compiutamente quanto possa aggiungere il talento delle donne alla vita economica del paese, al di là del relegarle in ambiti domestici, possiamo segnalare il Primo Maggio del 1975 in cui le donne di molti paesi dichiararono tale ricorrenza “giornata di sciopero dal lavoro domestico”.

In questo nostro Primo Maggio 2020, tra Corona virus e Pil in caduta libera , c’è poco da festeggiare, ma sembra comunque doveroso dare memoria storica al mondo del lavoro e sottolineare il percorso e le conquiste conseguite, ben sintetizzate nelle parole del Presidente Mattarella: “Senza lavoro rimane incompiuto il diritto stesso di cittadinanza, la dignità dell’individuo ne rimane mortificata, la solidarietà sociale e la stessa possibilità di sviluppo della società ne rimangono compromesse”.

Lavoro e sviluppo economico-sociale è il tema dei nostri giorni all’approssimarsi della cosiddetta fase due, quella appunto del ritorno al lavoro. Questo lavoro tanto bistrattato in tempi di globalizzazione – carenze di sicurezza, salario, orario, precarietà, perdita di diritti – torna ad essere centrale. Lo è stato nel lavoro encomiabile del personale sanitario che ha lottato contro il Covid 19 con le armi spuntate di una sanità pubblica fiaccata da dissennate politiche di austerità e privatizzazione forzata. Lo è stato nel lavoro di tutti coloro che hanno assicurato le filiere della nostra sopravvivenza in tempi di lockdown. Lo è stato infine nell’indispensabile e capillare lavoro di sorveglianza delle forze dell’ordine. Lo sarà ancora nella impellente ripresa di attività economiche e produttive, che comunque dovranno essere assolutamente compatibili con la tutela della salute dei lavoratori stessi e di tutti noi.

Quanto poi ad un cambio di paradigma – una economia che metta realmente al centro la persona e la dignità del lavoro, sappia correggere modelli di crescita di un mercato senza regole e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, mancanza di sintonia che potrebbe essere causa non ultima della pandemia – vedremo. Per ora limitiamoci a incisive proposte per immediati investimenti nella sanità pubblica, sottolineando lo slogan del tradizionale Concertone del Primo Maggio: “Il lavoro in sicurezza per costruire il futuro”.

Novecento – Valerio Sanzotta